«Io uomo violento senza saperlo Adesso i miei bimbi non hanno più paura»
Dalle liti in famiglia all’aiuto del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti Il racconto di Giorgio: sfogavo la rabbia urlando e rompendo i piatti
LA TESTIMONIANZA
La sua conquista più grande, dice, è vedere che i suoi figli non sono più terrorizzati da lui quando si arrabbia. Ma per capire che le urla, i pugni contro il muro e i piatti rotti non erano reazioni normali, non era il «modo solito con cui un uomo si incazza», c’è stato bisogno di tempo, pazienza, umiltà. Di venire a patti con la sua incapacità di controllare le emozioni e imparare ad accettare la sofferenza.
Urla e piatti rotti
Quella di Giorgio, ingegnere di 42 anni, è la storia di una ricostruzione avvenuta passo dopo passo attraverso un percorso intrapreso con il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Ferrara. Ma prima di arrivare al Cam di piazza Castellina ci sono stati anni di tensioni, litigi e infelicità. Alimentati dalla convinzione che gridare, insultare e spaccare le cose non erano manifestazioni di violenza, perché anche suo padre faceva così. E che lui non era un violento, «ma un bravissimo ragazzo che ogni tanto si arrabbia troppo».
È proprio questa, prosegue Giorgio, la forma di maltrattamento più pericolosa, «perché è la più diffusa e al tempo stesso non percepita come tale, dato che non c’è violenza fisica vera e propria». Gli effetti però non sono meno devastanti. Lo ha scoperto lui stesso, sulla propria pelle, con la fine del suo matrimonio che in tutti i modi ha cercato di salvare.
«Vengo da un contesto cattolico, le nozze erano sacre. Ed è stato un errore, ora lo so, incaponirmi così per tenere in piedi il rapporto sei però mettermi in discussione. Quando mi è arrivata la lettera di separazione avevo già cominciato il percorso con il Cam ed è stata una mazzata perché avevo visto mia moglie il giorno prima e non mi aveva detto niente, per paura della mia reazione, mi ha detto poi. Il mio problema, ho avuto modo di capire, è la difficoltà ad affrontare le tensioni nelle relazioni. A reprimere, piuttosto che controllare la rabbia, finendo poi per esplodere».
L’abbandono della moglie è stato un po’ un banco di prova: «Ammetto di averle mandato un paio di sms non proprio gradevoli, ma alla fine è accettato la cosa, ho rispettato la sua decisione e mi sono rassegnato a una situazione che non volevo».
Il matrimonio
Lui e la moglie, prosegue, si erano messi insieme da ragazzini, nel 1994: lui 18 anni, lei 17. «Ricordo che una volta, da fidanzati, in un momento di rabbia le ho dato un calcio nel sedere. Poi da sposati durante un litigio ci siamo presi a schiaffi a vicenda, ma questi sono stati gli unici episodi in cui lo scontro è diventato fisico. Però mi capitava di strattonare mia moglie quando non riuscivo a convincerla delle mie ragioni». I contrasti era quelli che possono nascere in tante famiglie. Il matrimonio, un periodo trascorso all’estero, il ritorno in Italia per cause di forza maggiore e uno squilibrio nella vita di coppia: lui soddisfatto del suo lavoro, lei disoccupata e frustrata. Poi la nascita dei due figli, l’idea nefasta di provare a lavorare insieme.
Risultato: «una guerra continua, una grande infelicità. E io che dopo ogni sfuriata mi vergognavo come un ladro di fronte ai miei bambini».
L’aiuto
Da qui l’idea di cominciare una terapia di coppia, ma è stata grande la sorpresa, per Giorgio, quando la moglie gli ha proposto il Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Ferrara, il più vicino alla loro residenza. «Non mi ero mai reso conto di maltrattare i miei cari, ma ho deciso di mettermi in discussione e in effetti le mie risposte al test iniziale del Cam hanno confermato che ero un “maltrattante”. A una prima fase, individuale, con lo psicologo ne è seguita una seconda, di gruppo.
Dove non ho avuto sconti, e dove giustamente l’ “attenuante” della provocazione viene respinta, perché sei tu che decidi di urlare, sei tu che decidi di fracassare le cose, e di questo devi rispondere solo tu. È stato doloroso, ma adesso sento di essere una persona diversa, più consapevole, disposta ad aiutare chi ha il mio stesso problema». —
Alessandra Mura
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