La Nuova Ferrara

Ferrara

l’ultimo saluto a ponte 

«Erik ci ha insegnato i valori della famiglia e dell’amicizia»

Margherita Goberti

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«Beati quelli che sono nel pianto perché saranno consolati». Fra le Beatitudini ricordate nel Vangelo da don Silvano Bedin ieri durante le esequie per Erik Tedesco questa era la più vicina ai sentimenti di dolore provati dalla moltitudine di persone che affollavano la chiesa e anche il sagrato a Pontelagoscuro. Un dolore straziante che la morte di un giovane padre di 36 anni, ma anche di un marito e un figlio.

L’omelia

Anche il sacerdote nell’omelia ha dichiarato la sua difficoltà a ricordarlo poiché è stato un uomo non solo profondamente legato alla sua famiglia e ai suoi genitori, ma che credeva nei valori che questi legami rappresentano. «Il suo rammarico – ha ricordato ancora don Bedin – conscio della gravità della malattia che lo aveva colpito, era più per il distacco dai suoi cari che per la morte. Ora ci chiediamo perché è accaduto e dobbiamo imparare a soffrire e a pensare che il Paradiso è una condizione della nostra anima e che Erik è ancora qui con noi».

Tantissime le persone soprattutto giovani che hanno assistito alla cerimonia funebre; parenti, amici di famiglia, di lavoro (Erik era un informatico e lavorava a Ferrara), del quartiere Boschino di Ponte dove abitava; fra i tanti c’erano anche i colleghi carabinieri della stazione di Occhiobello dove il papà Enry aveva operato.

Troppo commossa e addolorata per poter parlare, anche la cugina Pamela ha affidato a una lettera letta da don Silvano, il suo ultimo saluto. Ha ricordato quando bambini giocavano insieme e andavano a trovare i nonni, la sua passione per i modellini di aereo e la condivisione della gioia quando si è sposato con Matilde e dopo per la nascita del piccolo Diego.

Vuoto incolmabile

Toccante anche il ricordo del socio ed amico del Vespa Club che ha condiviso con Erik tanti momenti felici in sella alla loro passione. «Quando un amico ci lascia, sentiamo un grande vuoto – ha esordito – poi riaffiorano i ricordi e vanno a colmare così questo vuoto. Insieme abbiamo affrontato tanti viaggi ma quello che abbiamo maggiormente condiviso è stata l’amicizia. Colpiti entrambi da un tumore, ci mandavamo messaggi, tu dall’ospedale di Milano, io da quello di Cona. Ora sei partito da solo per un viaggio senza ritorno, portandoti via tutti i tuoi pensieri e la speranza di potercela fare. Conserverò per sempre quei messaggi sapendo che nessuno muore su questa terra finché vive nel cuore di chi resta».

Margherita Goberti





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