«Fu una scelta politica l’azzeramento titoli»
Il difensore di Banca Valsabbina, citata per risarcire i danni «L’accordo di reciprocità ci fu, ma non è una prova di reato»
«L’azzeramento delle partecipazioni bancarie è derivato da un atto normativo, frutto di scelte politiche assunte ad altissimo livello, e non c’è nesso causale tra i reati contestati e il dissesto della banca». Al processo Carife è il giorno dei responsabili civili, gli “imputati paralleli” chiamati a rispondere sul piano civile per un eventuale risarcimento del danno.
Responsabili civili
Sono la società di revisione Deloitte&Touche, (il cui dirigente Michele Masini è imputato per falso in prospetto e ostacolo alla vigilanza), e le banche CariCesena e Valsabbina. Ed è proprio dal difensore di quest’ultima, l’avvocato Gallico, che ieri è arrivata una vera e propria arringa difensiva, entrando nel merito dei capi di imputazione contestati all’ex presidente Spartaco Gafforini, a processo per bancarotta societaria, aggiotaggio manipolativo e per lo scambio di azioni all’origine, secondo la procura, di un aumento di capitale fittizio di Carife.
«Nessun nesso causale»
La difesa ha contestato il nesso causale tra i capi di imputazione e il danno patrimoniale, ricordando che l’azzeramento delle azioni «va attribuito a un atto normativo frutto di scelte politiche», e insistendo sulla mancata consequenzialità tra le condotte contestate e le perdite subìte dalle parti civili.
Banca Valsabbina è chiamata in causa nella responsabilità civile solo per i reati di bancarotta societaria e aggiotaggio, imputazioni per le quali, ha argomentato Gallico non ci sono elementi per richiedere il risarcimento. In particolare, nel caso della bancarotta societaria, «il danno deriva «da avere fatto operazioni svantaggiose in conseguenza di comportamenti illeciti, e dunque nulla che ha a che fare con la restituzione del capitale azionario». Il legale ha anche affrontato il nodo della sottoscrizione reciproca di azioni (reato che non è alla base di richieste risarcitorio) non negando gli accordi di reciprocità, ma la loro natura di prova di reato.
Accordo di reciprocità
Dal luglio al novembre 2011 Carife acquistò da Valsabbina azioni per 10 milioni, ma secondo il legale solo l’ultima tranche dell’investimento - pari a 1.188.000 euro, circa il 12% del totale - può essere considerata frutto di questa reciprocità, mentre le due precedenti rientrerebbero nella tipologia degli acquisti sul mercato. «Si tratta di operazioni contenute entro i parametri della normativa di vigilanza - ha sottolineato il legale - un elemento alla base della decisione del gip di negare il sequestro preventivo ai fini della confisca nei confronti di Valsabbina».
«È stato il Salvabanche»
L’ultima obiezione ha riguardato la sottoscrizione reciproca di partecipazioni contestata dall’accusa. «La legge non la vieta se effettuata con utili e risorse di cui si può disporre, e di conseguenza non c’è formazione fittizia di capitale. Non c’è stato depauperamento, ma mancato arricchimento patrimoniale». Nel 2012 gli ispettori di Bankitalia però attribuirono proprio a questi scambi incrociati il dissesto di Carife. «Ma non così il commissario Blandini nel 2016», ha sottolineato il legale, finendo per puntare il dito contro il decreto Salvabanche.—
A.M.
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