Le medaglie di Mattarella per gli internati ferraresi
Riconoscimento d’onore del Presidente della Repubblica in memoria di due Imi Alfonso Piva e Giovanni Mantovani ritornarono dall’inferno e raccontarono tutto
Due nomi sconosciuti fra i tanti che vissero e subirono il dramma delle Leggi razziali o delle conseguenze dell’8 settembre, quando l’Esercito italiano dopo l’armistizio si trovò allo sbando. Due nomi di chi ce la fece a ritornare nonostante le immani sofferenze ed umiliazioni, a rappresentare quei sei milioni di persone che invece non fecero ritorno: Alfonso Piva di Ferrara e Giovanni Giuseppe Mantovani di Comacchio internati nei campi di concentramento fra i prigionieri militari e civili.
Medaglia d’onore
Ieri gli eredi hanno ricevuto per loro la medaglia d’onore del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, durante una cerimonia che si è tenuta nel Salone d’onore del Museo Archeologico di via XX Settembre.
Giovanni Giuseppe Mantovani non ebbe una vita facile fin da bambino: nato ad Ostellato il 28 novembre 1915, a soli 9 anni appartenendo ad una famiglia molto numerosa fu mandato a lavorare a Comacchio da un mezzadro. Poi il richiamo alle armi, la guerra in Albania dove fu catturato ed internato in un campo. Ce la fece a tornare ma in pessime condizioni e non risparmiò i particolari della sua prigionia ai figli che seppero così cosa subì il loro padre. Mantovani morì il 30 ottobre dell’86 e solo ieri lo Stato gli ha conferito il prestigioso riconoscimento, ritirato dal figlio Ermanno.
Alfonso Piva invece era di Ferrara: era nato il 27 febbraio del 1917 e lavorava come commesso dalla vecchia merceria Pesaro, e fu un internato civile. Quando tornò a casa, dopo anni di stenti, forse per non rivivere più i patimenti a cui fu sottoposto, evitò di raccontare la sua drammatica esperienza e se n’è andato nel 1981 portando con sè molti particolari che i famigliari ancora ignorano: è stato il nipote Oliviero che non l’ha mai conosciuto essendo nato nel’88, a ritirare la medaglia.
Il momento clou
Ieri mattina è stato il momento forse più rappresentativo del significato del Giorno della memoria, per la presenza delle massime autorità militari e civili, intervenute per sottolineare ancora una volta e senza cadere nella retorica, che è necessario «ricordare» perché non accada più, ciò che è successo in quegli anni bui.
Lo ha inizialmente ribadito il prefetto Michele Campanaro «ricordando» quel 27 gennaio quando i militari russi aprirono le porte del lager trovandosi di fronte ad una realtà a cui loro stessi stentarono a credere.
i pericoli di oggi
«Grazie alla memoria di ieri possiamo contrastare i pericoli che ci sono ancora oggi» ha dichiarato il sindaco Tiziano Tagliani, riferendosi al percorso che in questi giorni si sta attuando con innumerevoli iniziative che vogliono approfondire la conoscenza della storia.
Così come Gian Luca Sandri, presidente della Consulta dei giovani e la direttrice dell’Istituto di Storia Contemporanea Anna Quarzi, ma soprattutto l’intervento profondo e storicamente chiaro sul razzismo e la discriminazione, dello storico Luca Alessandrini direttore dell’Istituto Parri di Bologna. Un intermezzo musicale a cura dei giovani del conservatorio Frescobaldi di Ferrara ha chiuso una mattinata ricca di emozioni e di significati. –
Margherita Goberti
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