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Quelle cattive domande ai bimbi che cambiano la loro memoria

Alessandra Mura

A Giurisprudenza convegno “Il falso ricordo” Il caso dei “pedofili” di Massa Finalese 

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L’ANALISI

È stata una tempesta perfetta sotto il profilo giuridico, psicologico, sociale e umano. L’emblema di quello che non si deve fare, la summa degli errori più gravi che si dovrebbero evitare. Il caso dei “pedofili della Bassa Modenese”, dei “mostri” che vivevano a due passi da noi - al centro del podcast di Repubblica.it “Veleno” firmato da Pablo Trincia e Alessia Rafanelli - è scivolato più volte tra le parole dei relatori del convegno “Il Falso Ricordo” che si è tenuto ieri al Dipartimento di Giurisprudenza.

Caso emblematico

Ma la vicenda di Massa Finalese - famiglie distrutte, bambini allontanati dai genitori e perduti per sempre, persone suicidate o morte per il dolore- non è stata né la prima né l’ultima. Perché di casi di abusi sessuali collettivi su minori con riti satanici c’è una nutrita letteratura. E già la “serialità” di questi episodi (in Italia come all’estero) così come l’impressionante coincidenza di racconti e circostanze riferite dai bambini, rappresentano di per sé la spia di un’anomalia.

un Cortocircuito

A entrare negli ingranaggi di questo cortocircuito, a spiegare i meccanismi micidiali della costruzione di un falso ricordo, è intervenuta la professoressa Giuliana Mazzoni, psicologa e neuropsichiatra, relatrice al convegno insieme allo psichiatra e psicoterapeuta Camillo Valgimigli, alla psicologa Forense Chiara Brillanti e al ricercatore Unife Fabio Nicolicchia, coordinati dall’avvocato Patrizia Micai.

Le coincidenze

Casi “quasi” fotocopia dunque, preceduti molto spesso proprio da iniziative pubbliche sui temi dell’abuso e del satanismo, con tanto di distribuzione di liste di indicatori di un bimbo abusato. Indicatori in realtà non specifici, che l’ansia di un genitore spesso trasformano in certezze.

Da qui una valanga inarrestabile che si alimenta fuori controllo, come nella vicenda di Massa Finalese. Nelle sue dichiarazioni, già rese meno genuine dall’incalzare di domande poste in modo inappropriato da “esperti” impreparati, il “bimbo zero” finisce per coinvolgere altri bambini, e altri adulti.

Suggestionare un minore, e indurlo anche inconsapevolmente a compiacere un adulto in cerca di conferme, può portare a quella che la psicologia sociale chiama “malattia psicogena di massa”, il cui effetto non si limita a modificare il racconto del bambino (anzi di più bimbi), ma la sua stessa memoria. C’è un decalogo, a questo proposito, che indica cosa non fare quando si ascolta un minore. E a Massa Finalese quel decalogo alla rovescia è stato drammaticamente rispettato punto per punto. —

Alessandra Mura

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