La Nuova Ferrara

Ferrara

Il processo  

«BankItalia non diede ordini inviò solo raccomandazioni»

«BankItalia non diede ordini inviò solo raccomandazioni»

Ieri le arringhe delle difese dell’ex presidente e dell’ex direttore generale Carife Mazzanti: Lenzi agì in buona fede, è un azzerato. Fasano: Forin persona corretta  

3 MINUTI DI LETTURA





Il presidente e il direttore generale di Carife fecero tutto il possibile per trascinare la banca fuori dal guado. Semmai furono le autorità di vigilanza a svolgere in malo modo il loro incarico, lo Stato poi le diede il colpo di grazia con il decreto di risoluzione. Per altre banche si sono studiate altre soluzioni meno devastanti, come per il Monte dei Paschi di Siena e per le banche venete.

Il contesto economico

Sergio Lenzi, l’ex presidente, e Daniele Forin, il direttore generale - hanno dichiarato ieri i loro legali al processo per l’aumento di capitale Carife - ereditarono un’azienda stremata da investimenti fallimentari e consegnarono al commissariamento un istituto che non era dissanguato: si svenò dopo, quando il ministero azzerò il cda e impose i suoi emissari che a fine mandato conseguirono «un -64% di raccolta e un -44% di impieghi», come ha precisato ieri Massimo Mazzanti, difensore di Lenzi. «BankItalia chiese una riduzione del “perimetro” della banca e sotto la gestione Lenzi furono cedute e accorpate diverse controllate - ha rimarcato Mazzanti nella sua arringa - Non ci fu lentezza o ritrosia a rispondere alla Banca d’Italia, in un momento di grave crisi economica nel quale tutte le banche del Paese perdevano ed era difficile trovare compratori» .

Lenzi , ha concluso il difensore, non difese la ferraresità a scapito della banca, piuttosto era la Fondazione, proprietaria dell’istituto, ad avere dentro di sè, tra le norme costitutive, quelle che la radicavano nel suo territorio. «Il presidente possedeva azioni Carife e non le ha vendute, è un azzerato, ha agito in buona fede».

le altre arringhe

L’avvocato Marina Gionchetti, che ha replicato ai pm sui capi di imputazione, ha evidenziato che «Lenzi agiva per conto del consiglio di amministrazione, non decideva da solo. L’aumento di capitale per una quota superiore ai 150 milioni non potè essere realizzato perchè la richiesta giunse troppo tardi. A Bankitalia non furono inviati documenti falsificati, Lenzi non diffuse false notizie (quelle sulle manifestazioni di interesse erano vere), non ostacolò la vigilanza. E l’interscambio illegale di quote di capitale con Valsabbina, da tempo in rapporti con Carife, è smentito dai tempi sfalsati delle operazioni e dal fatto che l’investimento su Valsabbina lo fece Carife ma anche due controllate, istituti comunque diversi da Carife».

Carmine Fasano, avvocato di Daniele Forin, ha insistito su un aspetto: «Il direttore generale non ignorò prescrizioni e disposizioni cogenti (tesi usata anche dalla difesa Lenzi, ndr). Da BankItalia,giunsero solo raccomandazioni, inviti, suggerimenti. Non c’era polvere da nascondere sotto il tappeto, non si doveva rispettare nessun obbligo di aggiornare il prezzo delle azioni. Le lettere inviate da BankItalia contenevano consigli mutevoli, ed erano riservate. Forin non aveva nessun tipo di interesse concreto, materiale, personale» a ignorare eventuali disposizioni delle autorità di vigilanza.

Anche Giovanni Ponti, legale di Michele Masini, della società di revisione Deloitte & Touche, ha respinto ogni accusa: «Il mio assistito, che ha certificato la non irragionevolezza del prospetto informativo, non ha abbellito i conti della banca, ha dato spazio agli aspetti positivi e a quelli negativi, soprattutto ha avvertito che i risultati indicati nel piano industriale avrebbero potuto non essere raggiunti». —

BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI



Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google