«Il giorno dell’attacco aereo ero lì La mia paura e l’orrore sotto le bombe»
Il racconto di Giuseppe Giannimi, uno dei sopravvissuti alla tragedia che sconvolse Copparo il 30 dicembre del 1945
la storia
Inverno 1945. C’è la guerra, ma in fondo è lontana, verso l’Appennino. Sì, la notte, quasi tutte le notti, gira Pippo, un cacciabombardiere notturno. Ma di giorno, ancora, è possibile girare, spostarsi. Giuseppe Giannini è un bimbo, ha poco più di undici anni. Il suo è il racconto di un uomo ormai anziano, che per tutta la vita non si è fatto condizionare dalla terribile esperienza che ha vissuto e che non l’ha mai dimenticata.
La casa e le scuole
«È stato tremendo - comincia così -. Ho sempre pensato però che si debba andare avanti. Eppure la sera, quando non riesco a dormire, a volte ripenso alla mia vita. Questi ricordi ritornano. Avevo poco più di undici anni. Sono di Guarda, lì abitavo dai nonni, erano sfollati. Avevano del terreno, ma anche un edificio conosciuto come “al palaz”. Ospitavano le maestre, gli impiegati delle Poste. Alla fine anche il comando tedesco si prese gli spazi. Per andare a scuola, alle medie di Copparo (l’edificio che è ora vicino alla sede dell’Unione dei Comuni, di Assp e della Polizia locale, ndr), partivo la mattina presto, in bicicletta. Le strade di allora non erano granché, ma si pedalava». La partenza assieme agli altri ragazzi era da Guarda, vicino al ponte. «Si pedalava verso Copparo - prosegue Giannini - Se gli altri erano già partiti, lasciavano dei sassi sulla fontanella, e allora non aspettavamo. Quel 30 gennaio, ricordo che non c’era scuola. Dovevo prendere dei libri. Io e mio padre partimmo da Guarda verso le nove, credo. Era una giornata di sole ma molto fredda».
Il rombo nel cielo
Seduto sul divano di casa, Giannini continua a far parlare la memoria: «Per andare a Copparo ci eravamo vestiti bene. Io indossavo un soprabito, mentre entravamo in libreria, in via Garibaldi (per anni gestita dalla famiglia Perelli) venimmo sorpresi dalla prima ondata dei bombardieri. Miravano alla Berco, che aveva sede dove ora c’è il parcheggio ex Berco). La libreria era a nemmeno cento metri dal loro obiettivo. Io e papà decidemmo di scappare e il titolare della libreria ci consigliò di andare verso il campanile, era un posto più sicuro».
La donna ferita
Al campanile li attendeva una calca impressionante. «Provammo a entrare, spingendo, e riuscimmo ad infilarci a piano terra, in un angolo subito a destra della porta di ingresso - Giannini va avanti -. Poi, improvviso, violento e terribile, lo scoppio. Fu tremendo. Si fece tutto buio, pieno di fumo e polvere. Verso la porta (il campanile fu spezzato da una bomba che lo colpì circa a metà altezza, ndr), in mezzo al fumo vidi una ragazza. Aveva una ferita terribile».
Giuseppe ricostruisce il ricordo e l’emozione di quel momento senza tralasciare dettagli: «Quando tutto si calmò - chiude -, io e papà siamo scappammo verso Guarda. Il mio soprabito era completamente spruzzato di sangue. Non so cosa ne fece mia madre. Non l’ho mai più indossato». —
Alessandro Bassi
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