In fuga dal Grattacielo «Quella casa mi pareva il paradiso: l’ho venduta al prezzo di una “Panda”»
Roberto Zaramella investì acquistando un alloggio al 17esimo piano Era il 1972. Oggi questo edificio è divenuto un posto da abbandonare
la storia
Un paradiso? A sentire Roberto Zaramella, anche di più. C’era tutto. Era il 1972, e il Grattacielo era l’edificio più ambito della città. Come cambia la storia. Ebbene, quell’anno, Zaramella, oggi presidente del comitato “2013” (un organismo fatto di volontari che si oppongono al degrado, lo stesso degrado che qualcuno finge di non vedere) acquistò con i risparmi messi da parte un appartamento al diciassettesimo piano della torre A. «A quei tempi – racconta Zaramella – lavoravo come dipendente delle Poste e guadagnavo 100. 000 lire al mese». Aveva messo su famiglia e furono sacrifici quelli che consentirono a Zaramella di comprare questo «splendido appartamento, dal quale vedevo metà dello stadio della Spal, nel quale venivano le televisioni per riprendere dall’alto Ferrara».
centomila lire al mese
Sacrifici. Perché, a fronte di uno stipendio di 100. 000 lire al mese, l’appartamento al piano 17 costò a Zaramella 4 milioni di lire. «Sa a quanto ho venduto, poche ore fa, il mio appartamento? A tredicimila euro, il prezzo di una “Panda”». E dire che agli inizi degli anni Settanta vivere al Grattacielo era un lusso. «Ne andavamo fieri».
fieri di vivere qui
Oggi, 2019, i palazzi che conservano questa sorta di servizio che è anche di guardiania si contano sulle dita di una mano. Questo fino agli anni Novanta. «Poi tutto è cambiato – sospira Roberto con la voce che s’incrina e che lascia trasparire un velo di amarezza –, erano due anni che cercavo di vendere questo appartamento, chiedendo un tantino di più dei tredicimila euro di cui alla fine mi sono dovuto accontentare. Dicono che adesso arrivano gli studenti universitari? Sì è vero – ribatte Zaramella – ma qualcuno si dimentica di dire che di quelli che arrivano, il 90% poco dopo se ne va». Poi ci sono gli architetti che ogni giorno ne inventano una, che vogliono costruire, altre volte distruggere, altre volte lasciare la loro traccia. Pur nelle condizioni di pericolosità in cui versa oggi (escrementi davanti alle porte e sugli zerbini, siringhe), il Grattacielo resta un luogo dell’anima, perché in esso si sono sedimentate storie che, nel bene e nel male, costituiscono la storia di questa città. E che questi alti muri in qualche modo custodiscono. Per salvare la memoria. –
Marcello Pulidori
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