Strade al veleno spacciate per ecologiche. Dodici Comuni coinvolti nell’inchiesta
Parte lesa le amministrazioni. Imputati tre imprenditori veronesi che costruivano conglomerati utilizzando rifiuti tossici
Nichel, cromo, piombo, cloruro. Sostanze nocive per la salute delle persone, specie se inconsapevoli. I carabinieri forestali ne hanno trovate quantità ben sopra la soglia di legge nel presunto “concrete green” con cui sono stati realizzati piazzali e strade interpoderali, ma non solo, un po’ ovunque nel Nord Italia e anche in provincia di Ferrara. Secondo gli investigatori da Bondeno a Comacchio da Mesola a Copparo, passando per Portuense e Argentano. Asflatate strade più o meno “bianche” anche a Poggio Renatico, Terre del Reno, Ostellato, Fiscaglia, Lagosanto e Codigoro
Indagini serrate. Le “strade al veleno” di Ferrara e oltre stavolta le ha scoperte la Direzione Distrettuale Antimafia di Venezia, coordinando le indagini dei carabinieri che si sono avvalsi di consulenti ed organismi tecnici, per l’esame dei conglomerati sospetti. Indagini durate un paio d’anni e concluse a fine 2018. Quando il sostituto procuratore Giovanni Zorzi ha depositato la richiesta di rinvio a giudizio per tre imprenditori, un 60enne di Legnago residente a Cerea, un suo collega 48enne anche lui di Cerea di Verona e un veronese di 58 anni.
Nei giorni scorsi il giudice delle indagini preliminari ha notificato l’avviso di fissazione dell’udienza, prevista ad inizio marzo, anche alle parti offese: ci sono le regioni Veneto, Emilia Romagna e Lombardia. Le province di Verona, Padova, Rovigo, Mantova, Modena e Bologna. La provincia di Ferrara non ha strade realizzata dalla ditta indagata per cui non si costituirà parte civile.
Comuni interessati. Ci sono numerosissimi Comuni, anche 12 del Ferrarese. In tutta Italia un centinaio.Il primo dei tre imprenditori è imputato di trasporto e gestione illecita di rifiuti, ceneri pesanti, scorie, e rifiuti misti di attività di costruzione e demolizione, utilizzati per realizzare strade interpoderali, o per realizzare conglomerato cementizio per rilevati stradali.
A quanto è emerso, questo materiale non veniva sottoposto ai dovuti procedimenti di inertizzazione (in sostanza alla decontaminazione). Con la conseguenza che le sostanze pericolose superavano le soglie limite.
Dunque non si trattava di un prodotto secondario ma secondo la Procura antimafia restava in vero e proprio rifiuto. Così per fare le strade il materiale veniva concesso ad un prezzo concorrenziale “ampiamente inferiore a quanto tipicamente previsto nei prezziari regionali”. Con il risultato che l’imputato in questione poteva vendere più facilmente - e ingiustamente - ai Comuni i suoi prodotti come “conglomerati ecologici certificati” . Di ecologico in realtà non avevano nulla.
Operazione replicata in decine di cantieri. Il secondo imputato si occupava di trovare i clienti, e di curare i cantieri dei quali vinceva “facile” gli appalti, fino al 2016. Il terzo invece aveva messo a disposizione terreni dove concentrare questi materiali-rifiuti.
Ora i Comuni ferraresi dovranno decidere se costituirsi parte civile al processo. —
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