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l’inchiesta 

Archiviata la morte di “Pando” Ma resta un buco nelle indagini

Daniele Predieri
Archiviata la morte di “Pando” Ma resta un buco nelle indagini

Riccardo Pandini venne trovato senza vita nel canalino di via Canapa, due anni fa A 4 km da dove venne visto vivo, la sera prima: impossibile scoprire come arrivò lì 

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«Ciò che ancora oggi fa più male della morte di “Pando”, a noi amici, è che nessuno si merita di morire cosi nell’isolamento e nell’indifferenza di tutti», scrive una sua vecchia amica. “Pando”, Riccardo Pandini, 39 anni, fotografo conosciutissimo in città, è morto poco prima di Natale due anni fa: trovato senza vita in un canalino, affogato nel fango e ucciso dal freddo delle notti di dicembre. Ma ancora oggi, sulla sua morte, gli amici non trovano pace.

Senza verità

Non l’avranno mai, almeno su cosa sia successo la notte tra il 6 e il 7 dicembre, quando Pandini venne visto l’ultima volta in vita su una panchina di Corso Piave, in condizioni da non reggersi in piedi, e venne poi ritrovato, il giorno dopo, morto, nel canalino della zona di via Canapa, a 4 km di distanza. Nessuna verità è emersa, nonostante una approfondita inchiesta giudiziaria - stando agli atti prodotti -, condotta da procura e carabinieri, poichè l’indagine è stata archiviata senza dare risposte ai tanti interrogativi sibilati ancora oggi dai suoi amici. E dire che le indagini coordinate dalla pm Ombretta Volta e portate avanti dai carabinieri di Pontelagoscuro e poi dal Reparto investigativo hanno analizzato ogni aspetto: hanno cercato in ogni angolo di quel pezzo di Ferrara tra il Gad e via Canapa, la presenza di Riccardo o qualcuno con lui, attraverso le telecamere di mezza città; monitorato i passaggi delle auto di quella notte nella zona e infine attivato una tale mole di intercettazioni nella cerchia di conoscenti o compagni di sventura con cui esagerava con alcol o droga, intercettazioni di solito ordinate per grandi fatti di criminalità. Alla fine, tutti gli accertamenti non sono riusciti a stabilire come sia arrivato, Pandini, quella notte, nel punto in cui è morto. La stessa perizia medico-legale ha appurato che non si è trattato di morte violenta: nessun segno esterno o interno che possa indicare questo. E allora gli inquirenti si erano concentrati, dicono gli atti, su profili omissivi, alla luce del fatto che quella sera Pandini, dopo i soliti eccessi, non era in condizioni di potersi muovere da solo.

Sto meglio

Quella sera, arrivò anche una pattuglia della Polizia municipale in Corso Piave, che gli chiese se avesse avuto bisogno di soccorso: lui risposte «Sto meglio, tra un po’ vado a casa», visto che abitava poco lontano. Dunque, da quella panchina qualcuno potrebbe avergli dato un passaggio. Ma se qualcuno lo aveva fatto, trasportandolo a ridosso di via Canapa e nel caso lo avesse abbandondato lì - per chissà quale motivo, una lite? - potrebbe aver avuto una responsabilità indiretta, in teoria. Ma il problema è che non c’è nulla negli atti di tutto questo: nessun riscontro, nulla che possa indicare con lui la presenza di altri.

E allora? Allora, pur inverosimile, non resta che dire, alla luce della conclusione dell’indagine, che là in quel canalino ci arrivò da solo: un passo dopo l’altro, ciondolante, e poi una volta in aperta campagna, dietro l’azienda agricola “La Castellina”, sarebbe caduto dentro il canalino. Avrebbe poi tentato di risalire (aveva ciuffi di erba tra le mani), senza riuscirci, rotolando giù nel fango, a faccia in giù, come lo hanno trovato 18 ore dopo gli inquirenti e a 4 km da quella panchina di Corso Piave. —

Daniele Predieri

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