Sagre e dintorni fenomeno aggregativo «Una ricetta vincente per i piccoli centri»
il manager Adriano Facchini spiega la filosofia che anima le iniziative «Il volontariato è decisivo, resta la parte migliore della società»
Il personaggio
Adriano Facchini, ideatore dell’associazione “Sagre e dintorni”, di “Misen” e altre manifestazioni collegate, spiega la filosofia che è alla base di un fenomeno che a livello nazionale ha raggiunto delle dimensioni importanti e che sta sfondando pure a livello locale.
Collaborazione
Utilizzando l’esperienza di Loris Cattabriga presidente di sagra e di Luigi Pinotti nell’ambito sportivo è stato realizzato un gruppo di lavoro coordinato da Facchini che negli anni produce eventi di grande interesse.
«L’80% degli italiani - spiega Facchini - va almeno una volta all’anno a visitare una sagra, si stima che ci siano almeno 35mila sagre ognuna delle quali muove dai 50 ai 100 volontari, con un totale 3 milioni di persone che muovono un numero di visitatori di alcune centinaia di milioni. È un fenomeno rilavante».
L’origine
Le sagre nascono come spiega Facchini tra la fine degli anni Sessanta e per tutti gli anni Settanta e Ottanta nei piccoli centri come risposta allo spopolamento degli stessi. Una sorta di risposta all’esodo e alla perdita dei servizi, diventando un autentico fenomeno aggregativo e sportivo che poi si arricchisce sotto l’aspetto gastronomico.
«Il cibo - dice Facchini - oltre a nutrire è un forte strumento di comunicazione e aggregazione, trasmesse messaggi forti sulle società di cui è espressione. Il mio interesse nasce dall’estrazione contadina e dal desiderio di prevedere quello che succederà e una reazione al fenomeno dello svuotamento dei piccoli centri».
L’urbanizzazione
Dal 10% si è passati al 55% di popolazione urbanizzata e si va verso l’80% nei prossimi anni».
Facchini ha cominciato a interessarsi di sagre dal 1997, dopo 23 anni di lavoro. Si è trovato a operare nella provincia di Ferrara ed ha trovato interesse in queste manifestazioni che sono incubatore di socialità.
«Il primo esperimento in questo senso - spiega ancora Facchini - è del 1999 con Agraria, fatta a Bondeno e che metteva in campo quattro filiere e poi è proseguita con una sola filiera del pane.
La filiera
Nel 2000 “Panarea” che oltre ad essere una manifestazione sul format delle sagre portava in avanti il concetto innovativa della filiera, in particolare la filiera del pane. Da questa manifestazione è nato il panino McDonald’s con il grano ferrarese. L’associazione nasce nel 2002 “Sagre e dintorni” e viene chiamata turistica vista come socialità. Misen debutta nel 2004 e si è tenuto per sette edizioni a Bondeno, poi nel 2011 per questioni di spazio si è trasferito a Ferrara cambiando anche il proprio nome da “Misen, la sagra delle sagre” a “Misen, salone nazionale nelle sagre”.
Format laboratorio
Ora c’è una settantina di sagre ed è un format che è disponibile perché è un laboratorio permanente e fluido e visto come laboratorio, con il fenomeno del volontariato che resta la parte migliore della società. L’obiettivo che ci poniamo forti di oltre vent’anni di esperienza è continuare ad elaborare progetti per il Misen. È l’occasione anche per confrontarci con Giovanni Rana, Francesco Amadori, Luigi Cremonini e tantissimi altri che rappresentano il “Gotha” del Food Italiano perché uno degli aspetti più belli e originali sono i convegni, almeno tre in ogni edizione, ogni anno sviluppano il tema prioritario. La prima edizione abbiamo cominciato con mettere assieme cibo e salute.
Modelli di sviluppo
«Quest’anno il tema prioritario che cercheremo di sviluppare - conclude Facchini - è quello dell’Europa sia degli studenti, che degli agricoltori, che del mondo giornalistico. Oggi la società ha la necessità di trovare un nuovo modello di sviluppo perché quello che abbiamo adottato fino adesso ha prodotto un benessere di massa con l’andare del tempo ha dimostrato limiti inaccettabili tra i quali una diseguaglianza crescente, un inquinamento dell’ambiente e uno sperpero generalizzato delle risorse della biodiversità. Dobbiamo trovare un modello che sia trasferibile, ma questo non può venire dall’alto al basso ma dal coinvolgimento di piccole entità che possono elaborare e rendere credibile questo progetto creando alleanze tra soggetti anche dei piccoli territori in un momento in cui globalizzazione e localismo non sono più moderni antitetici tra loro ma facce della stessa medaglia». —
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