Una condanna a morte inaccettabile
Il fondo del direttore Luca Traini
Dà scandalo la sentenza di Ancona che mette in discussione la ricostruzione di uno stupro perché la vittima sarebbe troppo brutta per accendere gli istinti del predatore. L’attenuante della “tempesta emotiva” riconosciuta dai giudici di Bologna ad un assassino reoconfesso ha sollevato un’onda impetuosa di polemiche contro le toghe e il condannato stesso che nel carcere di Ferrara ha tentato di togliersi a vita. Personalmente, ancor più mi indigna (e inquieta) una decisione che ha guadagnato meno titoli e provocato minor clamore: il colpo di spugna sul risarcimento agli orfani di una donna di Catania che le istituzioni non avevano saputo difendere dalle aggressioni del marito, sorde alle dodici denunce dodici con cui Marianna Manduca aveva chiesto aiuto, segnalando minacce sempre più cupe e nelle ultime la comparsa di quel coltello con cui sarebbe stata uccisa. Se quelli di Bologna e Ancona sono dolorosi sofismi che hanno prodotto vantaggi immeritati a singoli imputati, qui è decisamente peggio, qui è lo Stato che si autoassolve ed alza bandiera bianca.
Lo ha raccontato meglio di altri la collega Giusi Fasano. Il verdetto di primo grado aveva condannato la presidenza del Consiglio a pagare i danni ai tre figli, ché la tragedia poteva e doveva essere evitata; la sentenza d’appello ha spazzato via ragioni e risarcimento. Sostiene la corte che qualsiasi intervento sarebbe risultato vano. Sequestrare il coltello? Ne sarebbe spuntato un altro. Perquisire la casa? Inutile. Convocare l’uomo e interrogarlo? Intenti buoni solo a metterlo sull’attenti. La corte si ferma lì, neppure valuta la possibilità di interventi più energici. E conclude con un’inammissibile dichiarazione di impotenza della Procura a cui Marianna Manduca aveva rivolto le proprie disperate dodici richieste di soccorso, e di resa dello Stato: «l’epilogo mortale della vicenda sarebbe rimasto immutato». Ma una condanna a morte può mai essere accettata come ineludibile? –
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