A Igor il conto degli omicidi: ergastolo «Indifferente in aula, come fosse al bar»
Ha ucciso Valerio Verri e Davide Fabbri e tentato di uccidere Marco Ravaglia. Assegnati due milioni di euro alle vittime
Due morti, Valerio Verri e Davide Fabbri; un sopravvissuto, Marco Ravaglia e una scia di dolore, violenza, sangue cominciata nell’aprile di due anni fa nella bassa tra Budrio e il Mezzano, e finita in Spagna nel dicembre 2017 con altre tre croci. Non poteva che essere ergastolo, ed ergastolo è stato, come ha deciso il giudice Alberto Ziroldi, nella tarda mattinata di ieri. Carcere a vita, “fine pena mai” per Igor Vaclavic/Norbert Feher, come aveva chiesto il pm Marco Forte che aveva iniziato a dargli la caccia dall’aprile di 2 anni fa, quando Igor iniziò a seminare dolore e morte a Budrio. Francesca ed Emanuele Verri, i figli della guardia ecologica volontaria di Legambiente uccisa nell’agguato dell’8 aprile non potevano mancare ieri alla lettura della sentenza: «È andata come doveva andare – sibila Francesca – è finita anche se non possiamo dire che sia così».
Un cittadino e basta
La famiglia Verri, attende, infatti che la Corte dei diritti dell’uomo, a Strasburgo, si pronunci sulle loro denunce, «perché la morte di nostro padre si poteva evitare». Lo conferma lo stesso avvocato Fabio Anselmo costituito parte civile per loro al processo concluso ieri: «Siamo soddisfatti della sentenza anche perché riconosce che Valerio Verri in quel momento era un cittadino privato – argomenta su un tecnicismo della sentenza –, non era un poliziotto in servizio e questo apre uno spiraglio per il nostro ricorso alla Corte europea, perché Verri non si sarebbe mai dovuto trovare in quel posto, come vittima dell’agguato di Igor». È la fine di una lunga storia che ha segnato la sua vita, anche per Marco Ravaglia, che venne quasi ucciso da Igor: lui con tre pallottole in corpo si finse morto, si salvò da Igor e oggi può parlare.
Sono sollevato
«Sono sollevato – spiega dopo il verdetto –, temevo per le mie emozioni, ma ora posso dire che questa sentenza è una liberazione: sono contento sia stato condannato questo mostro, ma penso soprattutto alle sue vittime e alle loro famiglie. Un mostro che alla lettura della sentenza, impassibile e indifferente, sembrava fosse al tavolino di un bar piuttosto che in un carcere». Dove resterà tuta al vita. Ma questo non può riempire la vita di chi rimane, i familiari delle vittime, anche di Maria Sirica, la vedova di Davide Fabbri, il barista di Budrio che venne ucciso durante una rapina. «Chi ha ammazzato mio marito – commenta la vedova, presente per la prima volta al processo – non è stato Igor, ma è stato lo Stato, perché questa persona non doveva essere qui in Italia». Un riferimento al fatto che Igor, pur con due espulsioni a suo carico, non è mai stato rispedito in Serbia. Poi, oltre all’ergastolo, le pene accessorie della sentenza che verrà notificata in Spagna, dove Igor deve ancora esser processato per tre omicidi e due tentati omicidi. Il giudice Ziroldi ha anche disposto risarcimenti per quasi 1, 7 milioni alle vittime: alla vedova di Fabbri, ai figli di Verri e a Ravaglia, al Servizio di vigilanza ambientale di Legambiente, di cui faceva parte Verri e alla Provincia di Ferrara (Ravaglia è un poliziotto provinciale): «Non potevano non esserci – spiega Alberto Bova, legale di parte civile –: sono stati accolti (30mila euro, ndr) tra gli altri i danni dovuti a contributi versati e mancate sanzioni non incassate per gli oltre 18 mesi di assenza dal servizio». Gli fa eco Denis Lovison, legale di Ravaglia: «Con la sentenza si chiude il capitolo nero di questa storia».
Restano tanti buchi
Il processo è chiuso, ma nella lunga saga di Igor restano ancora i “buchi”: sui complici, sulla fuga. L’indagine è quasi chiusa, senza grandi novità, spiega il procuratore capo di Bologna, Francesco Amato: «Dietro a lui, non c’era nessuna organizzazione». Igor aveva una conoscenza del territorio e nessun legame fisso e questo ha favorito latitanza e fuga in mezza Europa. Fino in Spagna, dove è stato fermato. Solo dopo aver ucciso ancora tre volte. –
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