Onoria, più forte del suo persecutore «Donne denunciate. Noi non siamo fragili»
Venticinque anni di stalking da parte dell’ex marito. Poi la condanna e la paura di andare in carcere. «Ora è sparito»
IL RACCONTO
«Alle donne voglio dire di non sottostare alla mentalità della donna fragile, perché in realtà siamo forti. Neanche io lo sapevo, ho dovuto scoprirlo». È stato molto caro, per Onoria Botti, il prezzo di questa scoperta di sé. Venticinque anni di stalking da parte dell’ex marito, cominciati quando lo stalking non aveva ancora un nome e una legge. Onoria aveva tutto contro: la famiglia, le condizioni economiche, la solitudine. Ma dalla sua parte sono arrivate una rabbia e una determinazione con cui è stata capace di costringere il suo persecutore alla ritirata, a difendersi e contrattaccare a colpi di foto e di prove raccolte: «Ero sempre col cellulare pronto in mano».
Il racconto di Onoria comincia alla fine degli anni Settanta, con un fidanzamento sbagliato e una famiglia che non le consente di rimediare al suo errore. Lui è ombroso, taciturno, scontroso, i due non hanno nulla in comune. «Non piaceva neanche ai miei genitori», ricorda Onoria, e si può immaginare lo sconcerto nel vedere la madre e il padre opporsi «con crudeltà», alla sua decisione di lasciarlo, perché sarebbe stato uno scandalo, in paese.
Senza via di uscita
La mettono con le spalle al muro, non le lasciano scelta: o andarsene di casa senza soldi, senza lavoro e senza patente, o vivere da reclusa o andare a vivere a casa dei futuri suoceri con il fidanzato. Onoria cede, e nella sua voce, ancora oggi, c’è il tremito del rimpianto. «Più volte mi sono ripresentata a casa dei miei, col mio borsone, e tutte le volte sono dovuta tornare indietro. Mi hanno venduta senza denaro».
Un anno dopo, le nozze; nel 1982 la nascita di una bambina. Onoria cerca di rendersi indipendente, fa lavori stagionali, si iscrive a un corso per ragionieri per prendere un diploma. Una scelta non vista di buon occhio dal marito, perché già sintomo di una voglia di indipendenza. Dura poco, infatti. Basta che la bimba, un giorno, si senta male all’asilo perché su Onoria si riversi un carico di recriminazioni da parte del marito, ma anche dei suoi. «Mi hanno costretta a lasciare il corso: ho pianto quattro giorni».
La ribellione
Onoria però non è più una ragazzina inesperta e sprovveduta, e col tempo acquista la consapevolezza che un’altra vita è possibile. Si ribella, carica le sue cose in auto, prende la sua bimba e se ne va. Chiede la separazione, la madre a questo punto l’aiuta con l’avvocato e l’appartamento. Ma non è la fine di un incubo, solo l’inizio. «Mi ha detto: te la farò pagare. E ci è riuscito».
Il termine “stalking” ancora non era entrato nel lessico giudiziario, ma lo stalking è sempre esistito. All’epoca non c’erano i cellulari («ma è sempre stato contrario, a momenti non voleva neanche il telefono fisso») ma i sistemi per rendere l’esistenza impossibile non mancano. Appostamenti, pedinamenti, biglietti ingiuriosi, danni: «Ogni volta che arrivava l’assegno di mantenimento per la figlia, mi ritrovavo le ruote della macchina tagliate». Cosa ancora più inquietante, l’uomo dimostra di sapere sempre cosa fa la ex moglie, la figlia e in seguito anche il secondo marito e il figlio che ha avuto da lui. «Ci spiava. Era come se fosse sempre presente».
Paura del carcere
Cominciano le denunce ai carabinieri. Qualcuno le dice anche che lui si comporta così «perché le vuole bene». Lei cambia casa, in seguito anche la figlia, esasperata, si trasferirà in un’altra città. Le denunce si moltiplicano ma la svolta arriva con gli esposti in questura. Nel frattempo lo stalking è legge. L’ex marito riceve un ammonimento, ma fa spallucce. Anzi bissa “l’impresa” di tagliare la recinzione di un campo sportivo per portarsi proprio sotto casa della ex. Ma quella volta viene colto sul fatto e arrestato: si fa due giorni di carcere. È il 2013. L’anno dopo si prende una condanna a due anni, troppo pochi per andare in prigione. E ricomincia.
«Ma ormai io ero piena di rabbia», rivendica Onoria. E contrattacca. Lo inchioda con fotografie, presenta ancora denunce ed esposti. E solo quando l’uomo capisce, o gli viene fatto capire, che stavolta in galera ci può finire davvero, cambia atteggiamento, arrivando a supplicare l’avvocato della sua vittima fino al ritiro della denuncia. Ma la paura ha avuto effetto: «Da due anni è sparito, non mi da più fastidio. Alla donne dico: non mollate. E ricordatevi che questo non è mai amore». —
Alessandra Mura
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