Migranti “speciali” «Noi scrittori diciamo attenti alle parole»
«Le parole possono trasformare la realtà e la responsabilità è anche, e forse soprattutto, di chi scrive e riproduce quelle parole». Le parole soprattutto quando si parla di immigrazione e diritti, sono importanti, come hanno cercato di insegnare al giovane pubblico gli ospiti del convegno “Franco Argento”, al Centro di promozione Sociale “Il Quadrifoglio.
70 anni dopo la proclamazione de “La Dichiarazione universale dei diritti umani” si torna a parlare di quelle “parole comuni” intorno alle quali s’intendeva costruire il vocabolario della democrazia. Oggi ormai sembrano dover descrive una sola cosa: migrazioni. E le migrazioni sono state infatti al centro del dibattito con alcuni personaggi appartenenti al mondo della letteratura che in qualche modo, in un determinato istante della loro vita, sono dovuti entrare in contatto con un mondo lontano dalla realtà alla quale erano abituati, e si sono sentiti, per l’appunto, migranti.
Christiana De Caldas Brito, scrittrice e psicoterapeuta, Livia Claudia Bazu, poetessa, Alexandre Hmine, insegnante e scrittore, e Sandro Abruzzese, insegnante e scrittore, hanno saputo dimostrare come, pur essendo i loro vissuti completamente diversi, tutti loro abbiano sentito la necessità di raccontare le loro esperienze di “diversi” in un determinato contesto sociale con l’obiettivo di trovare le “parole comuni” per far ascoltare e comprendere alla “maggioranza” le voci di una minoranza.
È questo l’obiettivo alla base del lavoro dei ragazzi di Occhio ai Media e Sabika Sha Povia, giornalista aderente all’Associazione Carta di Roma, che si occupano del monitoraggio del linguaggio utilizzato dai media. La tutela delle minoranze comincia infatti dall’uso dei termini giusti per presentare i fatti di cronaca siccome, come è stato spiegato agli studenti presenti nel pubblico, «è quanto una persona perde un volto e diviene un numero che dobbiamo preoccuparci, perché è lì che nasce il razzismo». —
Ines Ammirati
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