Figli e nipoti testimoni di una storia ancora viva «Sono morti per noi»
«Il 18 aprile 1945 era una bella giornata, non c’era la nebbia come questa volta e il primo soldato alleato che da Ponte Bastia stava arrivando a Campotto, continuava a lavarsi, ma rimaneva scuro in volto e allora tutti noi partigiani che eravamo in valle, capimmo che era un nero».
la storia
Romolo Ghini, già presidente dell’Anpi di Argenta, storico della Resistenza argentana, ha ricordato con questo aneddoto una persona che, nonostante l’età, ieri mattina ha partecipato al corteo per l’anniversario della Liberazione.
Lo ha fatto parlando proprio a Campotto, nelle stesse zone dove suo padre Primo Ghini ha guidato i partigiani. Un episodio raccontato al termine della cerimonia commemorativa davanti al monumento presente il sindaco Antonio Fiorentini e i rappresentati delle associazioni d’Arma. Il corteo delle autorità ha proseguito lungo i cippi della storia argentana.
filo
A Filo, inevitabilmente, la storia s’intreccia con il “senso materno”, quell’istinto da sempre innato nelle donne, teso a proteggere e difendere i propri figli. Agida Cavalli, è rimasta uccisa da una raffica di mitra fascista per salvare il figlio Guerriero Vandini. Ancora oggi e proprio a Filo, quel gesto della bracciante agricola di 53 anni, lo si può raccontare con orgoglio. E lo sa bene Agide Vandini, 74 anni, quando raccontando di sua nonna Agida, preferisce ricordarla come «una mamma dedita alla famiglia: questo me lo ha sempre detto mia madre Elvira Toschi». Cosa successe quel 29 febbraio 1944? «Due persone suonarono alla porta – racconta – mentre gli altri dieci circondarono la casa. A mia nonna chiesero dove fosse mio padre Guerriero Vandini e ciò vuol dire che l’azione fascista fu premeditata».
i fatti
«L’abitazione era divisa in due parti: in una c’era la nonna col nonno Ivo e nell’altra i miei genitori con mia sorella. Per passare da un appartamento all’altro, bisognava uscire fuori da una seconda porta. Mio nonno vedendo quei due, iniziò a tremare e mia nonna, che aveva più coraggio, aprì la porta per andare ad avvisare mio padre di scappare ma appena uscì, chi era appostato fuori sparò una raffica ferendola gravemente. Dopo due giorni morì».
«Io son nato un anno e mezzo dopo l’uccisione di mia nonna - conclude Agide Vandini - e porto il suo nome. Se ho il suo carattere? Non saprei, di certo mia madre raccontava che nonna Agida era una persona decisa e con stile, che curava l’aspetto suo e della famiglia. Una brava mamma e una gran donna. Una donna davvero forte». —
Giorgio Carnaroli
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