LA MIGLIOR FORCHETTA DEL REGIME
Il recente saggio “Mussolini e i ladri di regime” di Mauro Canali e Clemente Volpini edito da Mondadori, getta nuova luce sul sistema di potere fascista e soprattutto sul malaffare, il latrocinio e la dilapidazione di beni pubblici che lo ha caratterizzato.
Dalle pagine dei due autori emerge che uno dei gerarchi che più si arricchirono all’ombra del fascio littorio fu Edmondo Rossoni, definito da Curzio Malaparte “la miglior forchetta del regime” . Prima segretario delle corporazioni sindacali e poi ministro dell’Agricoltura, da noi più noto come fondatore di Tresigallo, Rossoni ammassa nel Ventennio una fortuna che comprendeva una casa ai Parioli, una villa in Via Veneto, una villa ad Anzio, grandi tenute e altre proprietà nel ferrarese, più quadri e gioielli e argenteria per un totale che la Guardia di finanza della Repubblica nel 1951 stima a 76.729.444 lire. Non male per il figlio di uno “spondino” che scavava i canali a mano e di una casalinga.
Il saggio descrive in modo dettagliato come Rossoni si procurò le grandi ricchezze che poi cercò di dissimulare addirittura seppellendole nel giardino della sua villa di Tresigallo e racconta anche le peripezie del gerarca, condannato all’ergastolo dal Regno d’Italia, che grazie alla protezione della Chiesa riuscì a sfuggire all’arresto e fu amnistiato nel 1947.
Dall’indagine degli autori emerge anche come Rossoni costruì la sua Tresigallo, le oscure operazioni della società Sertia, da lui creata per finanziare l’opera, le espropriazioni di terreni e le speculazioni che permisero la costruzione della cittadina. Le pagine di Canali e Volpini gettano inevitabilmente nuova luce anche su Tresigallo, feudo personale del gerarca, e la fanno apparire per quella che è: una città costruita da un regime totalitario che aveva in sprezzo non solo la libertà ma ogni altro diritto, a cominciare da quelli dei tanti tresigallesi espropriati, le cui case ora sono nascoste dai palazzi rossoniani di cui sono diventate i cortili.
Oggi Tresigallo è diventata una destinazione turistica, le sue case e i suoi palazzi sono in gran parte restaurati, la sua architettura modernista è tenuta in grande pregio e le diverse amministrazioni comunali che si sono succedute hanno saputo valorizzare accortamente e conservare questo innegabile patrimonio architettonico che oggi viene presentato con l’indovinata etichetta di Città metafisica.
Ma chi la visita non deve dimenticare questo altro fondamentale aspetto della sua storia.
Tresigallo non è l’allegra cittadina del coraggioso esperimento razionalista di un benefattore illuminato, è il prodotto di un regime totalitario, un monumento alla spregiudicatezza, all’opportunismo e alla voracità di un uomo che ha scalato il sistema di potere fascista fino alle più alte sfere, ha sottoscritto le leggi razziali, e non ha esitato a voltare le spalle al suo padrone quando le cose si sono messe male, firmando la deposizione di Mussolini il 25 luglio 1943.
Tresigallo è innanzitutto una celebrazione della persona di Rossoni, a cominciare dalla tomba monumentale che il gerarca si è fatto costruire nel cimitero cittadino e poi manifesto di una visione totalitaria e illiberale della società.
Le grandi costruzioni pubbliche del paese, dalle scuole elementari, all’asilo nido, alla Casa del fascio, alla Casa di riposo, alla Casa del Balilla, alla Colonia sanatoriale, al Circolo “Amici” , ai bagni pubblici, al teatro esaltano appunto la dimensione pubblica della vita fascista, oggetto del controllo e del condizionamento di un regime in cui l’iniziativa individuale era malvista e osteggiata perché portatrice di libertà. Con troppa leggerezza oggi molti celebrano la bellezza di Tresigallo senza ricordare il sopruso su cui si fondano i suoi marmi. Anche questo genere di dimenticanze facilita poi le operazioni di revisionismo storico e di negazionismo che rischiano di erodere le fondamenta della nostra democrazia. —
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google
