La ditta: il mobbing no A tutti i nostri addetti garantiti stessi diritti
Il caso della donna egiziana che protesta per il cambio turno I dirigenti: lei e il marito avevano più ferie e pause dei colleghi
«Per anni questa nostra dipendente e il marito hanno goduto di pause durante l’orario di lavoro e di periodi di ferie più lunghi dei colleghi, che hanno chiesto uguale trattamento. Abbiamo dovuto rispondere a una richiesta che arrivava dagli altri lavoratori. Qui non c’entra il mobbing nè la discriminazione». A parlare sono Andrea Barbato, amministratore unico della Issitalia, azienda di service integrato di Vigonza (Pd) che gestisce l’appalto delle pulizie nei bus e negli uffici di Tper, in via Trenti, e Mauro Marangon, consulente legale della stessa impresa.
Il caso è quello della donna egiziana dipendente della Issitalia, alla quale la ditta ha cambiato turno di lavoro mettendola in difficoltà nell’assistenza prestata a un figlio malato. Lei faceva i turni del mattino, il marito - che lavora per la stessa impresa - quelli del pomeriggio. Un modo per gestire al meglio, aveva spiegato la coppia, una famiglia dove è presente anche un bambino con problemi di salute.
La donna ha reagito alla decisione dell’azienda proclamando lo «sciopero della fame» e con l’annuncio che non assumerà più il farmaco prescrittole per una grave disfunzione finchè qualcuno non si interesserà al problema.
la replica
«Issitalia opera nel settore degli appalti di pulizia da 25 anni e ha circa mille dipendenti - precisano Barbato e Marangon - Quell’appalto ci è stato affidato da una decina d’anni e fin dall’inizio l’impresa ha avuto particolare attenzione alle richieste di entrambi i coniugi. La nostra capo cantiere ha organizzato l’attività lavorativa in maniera tale da permettere, nel limite delle possibilità, l’incastro dei loro turni. Attività non sempre facile perché il lavoro giornaliero inizia alle 4.30 e finisce alle 24».
I due dirigenti sottolineano che «ai coniugi erano concesse più di due settimane di ferie per potersi recare al Paese di origine e ciò creava tensione tra gli altri dipendenti, alcuni dei quali extracomunitari (che rappresentano il 25-30% della forza lavoro dell’impresa), ai quali non erano concessi gli stessi privilegi». Ragioni che i dipendenti coinvolti nella protesta avevano esternato al sindacato Cisl durante un’assemblea, tra ottobre e novembre 2018, evidenziando le «tensioni» e la «demotivazione» che derivavano dalla «disparità dei turni» e da altri fatti: «Durante l’attività lavorativa i coniugi interrompevano per tre volte il turno per lavarsi e pregare, il marito inoltre effettuava una lunga pausa durante la cena serale, non prevista». Entrambi, infine, «terminavano l’attività lavorativa prima del previsto». Barbato e Marangon ricordano che dopo quella riunione avevano cercato una soluzione che riportasse un po’ di serenità tra i dipendenti.
«Ma quando la capo cantiere, che con i coniugi aveva un rapporto molto profondo, ha dato disposizione che non erano contrattualmente previsti periodi per la preghiera e che la stessa avrebbe potuto essere fatta durante la pausa, se spettante», affermano, la coppia «non le ha più rivolto la parola limitandosi a comunicare eventuali richieste o assenze per malattia tramite sms». Alla fine l’azienda ha deciso «di alternare i turni di servizio del personale in maniera uguale. La signora avrebbe alternato un turno mattiniero e uno pomeridiano». La dipendente ha poi prodotto «un certificato di malattia e la richiesta di maternità facoltativa a decorrere dal 6 maggio», strumento che le consente «di prendersi cura del figlio (malato)». I due dirigenti, in riferimento allo “sciopero della fame” annunciato dalla dipendente, ipotizzano un fraintendimento perché «dalla sera del 5 maggio è iniziato il mese di Ramadan, durante il quale le persone di fede musulmana osservano la completa astensione quotidiana da cibi e bevande». —
Gi.Ca.
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