Allarmi demografici e sfide territoriali I sindacati lanciano proposte di governo
Incontro con Cgil, Cisl e Uil sul mercato del lavoro ferrarese La crisi delle piccole imprese soprattutto artigianali
Una fotografia istantanea di ciò che accade a Ferrara e dintorni con un interrogativo: “galleggiare sulla crisi o governare il cambiamento? ” .
Attorno a questa domanda quasi retorica si è svolta la lunga riflessione proposta da Cgil, Cisl e Uil su lavoro, società, economia nell’arduo intento di interpretare le tendenze in modo da fare scelte politiche mirate e valide, anche alla luce delle prossime elezioni. A supporto dei vari interventi lo studio dell’osservatorio sull’economia e il lavoro in provincia di Ferrara, arrivato all’ottava edizione, curato da Gianluca De Angeli per l’Istituto di ricerche economiche e sociali (Ires) introdotto da Giuliano Guietti Presidente Ires Emilia-Romagna.
I risultati
Il dato che emerge prepotentemente è che nella provincia di Ferrara già dall’anno scorso è in atto una riduzione della popolazione, ne consegue che il mondo del lavoro sta cambiando e che, approfondendo il lavoro femminile in particolare, si capisce come c’è una centralità dei fenomeni legati al lavoro di cura. Questo elemento è valido sia per le lavoratrici sia per le non lavoratrici, l’incidenza dell’occupazione femminile è infatti schiacciante nei comparti dei servizi sanitari e sociali, alberghi, ristoranti, e altri servizi alla persona, d’altro canto, le principali motivazioni dell’inattività femminile risiedono, al netto del mancato interesse, nella cura dei bambini, degli anziani e di altri motivi familiari. Ma vediamo nello specifico alcuni numeri. Dai dati a fine 2017, la provincia di Ferrara conta 348.030 iscritti all’anagrafe, e sono 1.662 residenti in meno rispetto all’anno precedente. La variazione negativa riguarda sia le femmine con il –0,7% che i maschi con il –0,3%, ma, a sorpresa, non riguarda la popolazione straniera che, Al contrario, cresce a ritmi nettamente superiori di quelli medi regionali con un 4,2% a fronte dell’1,4 del 2016. Colpevole della flessione quasi certamente è il mancato ricambio generazionale, fattore difficile da invertire visto che la nostra città e la provincia sono il luogo degli over 50, ma su questo si discute ormai da tempo visto che l’invecchiamento della popolazione del ferrarese è più intenso di quello rilevato nel resto della regione.
Pil e incognite
Malgrado un forte rallentamento dell’economia italiana nel 2018, l’Emilia-Romagna ha tenuto il passo facendo registrare un aumento del Pil dell’1,4% che torna dunque ad un livello precrisi. Ma non è il caso di cantare vittoria, perché il valore aggiunto arriva soprattutto dalla variazione positiva del comparto servizi, certamente meno importante come variazione ma più significativa come voce, ne consegue che la crescita del numero di occupati va interpretata come un incremento del lavoro discontinuo e frammentato. In ascesa i settori dell’industria con il 2, 1%, delle costruzioni 2, 4% e dell’agricoltura 2, 23%, economia sostenuta soprattutto dalla domanda interna che cresce dell’1, 6% e dagli investimenti fissi lordi 4, 8%. La sintesi è che nel ferrarese il valore aggiunto totale è ben lontano dai numeri del 2007, la variazione sull’anno precedente è inferiore a quella regionale dell’1,4% e la previsione di crescita per il 2019 è pari a zero. Per quanto riguarda le esportazioni, c’è una lieve crescita ma meno che nel 2017, in sofferenza sono i prodotti chimici e l’abbigliamento. A patire di più è il tessuto imprenditoriale artigianale, e le variazioni negative riguardano le imprese meno strutturate, crescono invece le società di capitali e delle costruzioni. —
Emanuela De Domenico
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