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In tribunale lacrime e abbracci dopo la condanna

Daniele Predieri
In tribunale lacrime e abbracci dopo la condanna

Comacchio: al processo di ieri la madre voleva cancellare le accuse sulla figlia che la maltrattava e picchiava. Il giudice decide 3 anni e 4 mesi 

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La storia

La madre 70enne, ieri, nell’aula del tribunale, ha rivisto la figlia per la prima volta dopo mesi: l’ha abbracciata, hanno pianto insieme e soprattutto la donna ha cercato, inutilmente, di cancellare tutto, le denunce fatte contro la figlia, in carcere da mesi, dal marzo scorso. E che ieri era imputata di averla maltrattata, picchiata, aver tentato di rapinarla, di averle rubato l’auto. L’unico atto che poteva fare, la mamma, era quello di ritirare la sua costituzione di parte civile: non se la sentiva più di accusare la figlia, nonostante un anno di tensioni e pressioni. Ma il giudice Carlo Negri non poteva fare altrimenti e ha condannato la figlia, M.A., 43 enne, di Comacchio, alla pena di 3 anni e 4 mesi per una sfilza di reati che non potevano essere cancellati, come voleva la mamma. «Tecnicamente è una sentenza ineccepibile - commenta a caldo il difensore della donna, Giovanni Montalto - magistrati e carabinieri hanno fatto ciò che dovevano fare. Ma questo era un processo per un fatto che di criminale ha poco, e che sconfina nel sociale».

Un anno difficile

Un fatto che si innesca oltre un anno fa, nel maggio 2018, quando la figlia 43 enne, perde il controllo: da una parte il lutto familiare, la perdita del padre, il marito della mamma che lei poi maltrattava. E dall’altra l’uso e l’abuso di alcol che la portano a comportamenti che non riesce a frenare. I primi fatti proprio in quel periodo quando prima aggredisce la madre, poi scappa con l’auto di lei. Nel prenderle le chiavi e lo stesso telefonino, con modi aspri, la strattona, la fa cadere: tentata rapina e lesioni gravi (la mamma si fratturò il polso, 70 giorni di prognosi). La figlia viene denunciata, ma gli episodi non si fermano, denunce e atti giudiziari si accavallano.

In procura cercano una soluzione: il magistrato che segue la vicenda, lo stesso che ieri al processo ha ricordato la lunga vicenda, umana, e ha chiesto la condanna a 4 anni (poi ridotti a 3 anni e 4 mesi, rito abbreviato) aveva pensato anche ad una custodia in carcere per la figlia: perché le due donne, abitando, nella stessa casa, non potevano convivere.

La porta del carcere per la figlia, però, si apre nel marzo scorso: la situazione precipita dopo l’ultima aggressione, e viene arrestata in flagrante. Finisce in carcere e da allora è in una cella, non potendo andare ai domiciliari con la madre che l’aveva accusata e denunciata. Così, ieri per la prima volta, madre e figlia si sono riviste, dopo mesi in tribunale, tra lacrime e abbracci.

Due donne sole

Che portano il legale, l’avvocato Montalto, dopo la sentenza, a dire amaramente: «Le protagoniste di questa vicenda sono due donne sole e disperate: non è colpa della giustizia questo epilogo processuale, ma la risposta che si sarebbe dovuto o potuto dare sarebbe stata un’altra, da parte dei servizi, delle strutture pubbliche: almeno ora sarebbe opportuno trovare il modo per dar loro un mano». —

Daniele Predieri

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