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Troppa plastica in mare Unife corre ai ripari con un nuovo progetto

Alex Villani
Troppa plastica in mare Unife corre ai ripari con un nuovo progetto

Il percorso delle microplastiche  nelle acque dell’Adriatico Collaborazione Italia-Croazia per arrivare a capire  come contrastare il fenomeno

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porto garibaldi. La plastica è ovunque, ci circonda ed è talmente inserita nel nostro stile di vita da risultare, tristemente vero, quasi insostituibile. Il progetto “NET4mPLASTIC” di Unife nasce per analizzare e prevedere il percorso delle microplastiche nel mare Adriatico ed arrivare così a fornire indicatori circa la quantità e spostamenti delle stesse nelle nostre acque.

il problema

Ogni oggetto che possediamo è composto o presenta tracce di plastica e la grande maggioranza di questi, in particolare gli elementi monouso, finisce per contaminare suolo e mari, con effetti devastanti per l’ecosistema.

Oggi la plastica si accumula in discariche e si riversa nei mari in quantità sempre maggiori. «Il progetto NET4mPLASTIC nasce – spiega il professor Umberto Simeoni di Unife – per analizzare e prevedere il percorso delle microplastiche nel mare Adriatico». Basti pensare che «delle 335 milioni di tonnellate prodotte ogni anno, circa 15 milioni finiscono direttamente negli oceani. Il 20% di questo enorme cumulo di rifiuti è prodotto direttamente in mare, dall’attività navale e delle piattaforme petrolifere. Il pericolo maggiore è però rappresentato da ciò che non si vede. Le microplastiche sono frammenti di materiale plastico con diametro inferiore ai cinque millimetri, ben più insidiose rispetto alle macroplastiche (come bottiglie o sacchetti). Derivano principalmente dalla degradazione di altro materiale plastico, ma sono anche contenute in molti prodotti per la cura del corpo (gli scrub per il viso ne sono un esempio). Sono molto pericolose per la fauna ittica, data la loro facilità di ingestione - sottolinea Simeoni -. La plastica accumulata negli organismi marini raggiunge anche gli esseri umani, tramite il consumo di pesce e frutti di mare. Gli effetti sull’uomo sono ancora oggetto di studio, ma è noto che la superficie delle microplastiche può ospitare una patina di sostanze inquinanti potenzialmente dannose».

il progetto

Il progetto ha preso vita nel corso della Giornata Mondiale dell’Acqua, il 22 marzo scorso ed è cofinanziato per 2.106.844 euro dal Fondo Europeo di Sviluppo Regionale nell’ambito del programma di cooperazione territoriale europea transfrontaliera Interreg Italia-Croazia.

Avrà una durata di trenta mesi, durante i quali saranno dispiegati strumenti tecnologici atti a contrastare l’inquinamento da microplastiche attraverso procedure di indagine e campionamento di diversi siti campione. Quattro di queste aree si trovano in territorio italiano, di cui tre nel Delta del Po. Altre due sono dispiegate su suolo croato.

i dati

I dati prodotti dalle analisi saranno utilizzati per sviluppare uno strumento di previsione dell’accumulo di plastiche e un sistema di allarme rapido per rendere noti i movimenti di macro e microplastiche in mare. Sarà particolarmente utile alle autorità competenti e soprattutto ai praticanti dell’acquacoltura. «Non è mai troppo tardi per cambiare, è troppo tardi se non si fa nulla» ribadisce il professore, mentre spiega che il Mar Mediterraneo, a causa della sua conformazione chiusa e del grande numero di persone che vive in prossimità delle sue coste, è particolarmente segnato dal problema.

Secondo le rilevazioni del 2017/2018, riferisce la dottoressa Corinne Sabine Corbau di Unife «nei Lidi Ferraresi sono stati riscontrati valori di microplastiche compresi tra le 80 e le 210 particelle per 250 ml di sabbia. Le microplastiche sono distinguibili in fibre e frammenti: le fibre rappresentano circa l’80/90% del materiale ritrovato. Il colore è generalmente blu o nero. Le dimensioni delle particelle sono variabili tra un minimo di 30 µm ad un massimo di 6.500 µm». —

Alex Villani

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