La Nuova Ferrara

Ferrara

«BankItalia non certificò l’aumento di capitale Da Lenzi e Forin solo consapevoli omissioni»

Daniele Predieri

Crac Carife, nella sentenza dei giudici la lunga galleria degli inganni «False rappresentazioni e informazioni occultate agli azionisti» 

3 MINUTI DI LETTURA





LE Motivazioni



L’alibi è caduto, per ex dirigenti e ex amministratori di Carife che giustificavano l’aumento di capitale e ripetevano che poiché voluto, approvato ed avallato da Banca Italia, nessuno di loro poteva e doveva averne colpe.

Liturgia spazzata via

Spazzano via questa liturgia i giudici del tribunale (Giacomelli, Martinelli e Migliorelli) in 279 pagine, le motivazioni del processo per il crac legato all’aumento di capitale. «Non è sostenibile - scrivono contro le tesi della difesa - affermare che l’autorizzazione di Banca Italia abbia “certificato” la conformità dell’operazione di aumento di capitale alle indicazioni della Vigilanza». Perché sia Banca Italia, che Consob - i controllori che diedero il via libera all’operazione - e così le migliaia di azionisti, sono stati ingannati. Soprattutto i ferraresi ai quali «sono state occultate informazioni, fornite indicazioni false e fuorvianti sulle previsioni della banca tra il 2011-2014». Tutto sembrava andasse bene, in Carife, nel 2011. Quando Sergio Lenzi e Daniele Forin, gli unici due dirigenti poi condannati, decisero di lanciare l’aumento di capitale. Proponendo un prospetto di adesione di sottoscrizione delle azioni «falso, su dati fattuali», spiegano i giudici, «occultando dati e notizie soprattutto sulla crisi della banca» Un prospetto «non riportava alcun riferimento alla necessità di indirizzare l’offerta a destinatari con profilo adeguato». Sono le omissioni sui rischi, sui rilievi di Banca Italia. Nel prospetto, i dirigenti Carife richiamarono all’interno le lettere (raccomandazioni) di Banca Italia «senza esplicitarne i contenuti e ciò ha prodotto un effetto distorsivo nel giudizio sull’opportunità dell’investimento». Una lunga galleria degli inganni portati avanti con l’ostacolo alla vigilanza, il falso in prospetto, l’aggiotaggio (convincere a comprare azioni con comunicati stampa che parlavano bene della banca): «tutto ciò ha impedito agli azionisti ferrarese una corretta rappresentazione della situazione dell’istituto: l’obiettivo era garantire il buon esito dell’aumento di capitale occultando i reali presupposti del rafforzamento». Che era quello di coprire buchi, far fronte a difficoltà che hanno poi portato al crac del 2015. Sull’ostacolo alla vigilanza, nessun dubbio: «Vi fu una consapevole omissione», e smentendo le difese, «Carife aveva un dovere giuridico di fornire a Consob ogni informazione “dovuta”». «Forin e Lenzi - così facendo - adottavano un comportamento volontariamente omissivo». Unici da condannare per questo. E gli altri, assolti?

Filippini non decideva

Davide Filippini su tutti, pur indicato come il deus ex machina di tutto, pur fornendo «contributo causalmente rilevante» negli inganni alla vigilanza o nel prospetto, non aveva poteri decisionali: non essendovi «coscienza e volontà» del fatto di reato, va assolto. Così anche Michele Sette e Michele Masini, società revisione. E sulle bancarotte per fittizietà, lo scambio di azioni con banche amiche che i giudici citano come la «moltiplicazione illusoria della ricchezza»? Non c’è reato, lo scambio deve avvenire per azioni di nuova emissione, non con altre “proprie” o “riserve disponibili”. La procura aveva cercato dai giudici conferma ad una nuova interpretazione giuridica, chiedeva una lettura più ampia e coraggiosa. Ma il codice è il codice. Nessun crac, nessuna fittizietà. Per la procura non resta che ricominciare dalle 279 pagine. Per chiudere l’inchiesta sul grande vero crac di Carife. E qui avrà più chance. —





Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli La Nuova Ferrara per le tue notizie su Google