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Dimmi come parli, ti dirò chi sei: lo slang della banda

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Dimmi come parli, ti dirò chi sei. Nel bene come nel male. E tanto più nell’epoca del mantra ossessivo del «parla come mangi», e di una lingua che perde pregnanza semantica e lessicale, e si fa solo azione (maledetta) e puro veicolo comunicativo. Come nel caso degli scambi di parole – anche se, appunto, per quanto risultano sincopate, accorciate e risemantizzate dovremmo considerarle alla stregua di meri atti linguistici – tra i componenti della banda dello spray. Vite bruciate, e che hanno bruciato – o molto contribuito a bruciare – vite di altri.

Una lingua esplosa e brutale, fatta di unità di significato estremamente elementari. E che scaraventa dentro la provincia italiana – anche quella, come Modena, che era stata una piccola capitale delle culture giovanili e un bastione del modello sociale emiliano – «situa» (ovvero, situazioni per dirla come questi teppisti) che richiamano piuttosto le periferie delle metropoli americane. Quelle, non per nulla, dove è nata la trap, il sottogenere dell’hip hop.

Una lingua contratta e piena di abbreviazioni, supporto di una condizione tribale e di riconoscimento reciproco quali membri di un gruppo. Una microcomunità “solidale”, in guerra con il mondo esterno da saccheggiare, e dove vuole affermarsi con le propria gesta criminose: un evergreen delle gang di strada. E, dunque, nelle telefonate tra loro è tutto un chiamarsi «vecchio», «fra’», «zio», alla ricerca della «bazza» (l’occasione) per mettere a segno il colpo e «fare etti» (di collane trafugate). Naturalmente «pippano», per superare la «paranoia» di certi momenti e caricarsi così ulteriormente per compiere le loro imprese, nelle quali riversano un vitalismo che sa incanalarsi solo in una forma di nichilismo criminoso.

D’altronde, questa lingua impoverita, dove l’esclamazione «cazzo!» fa da intercalare martellante e continuo, costituisce lo specchio di un vuoto valoriale assoluto, riempito a suon di «beni» sottratti ad altri, che servono a fare soldi e a comprare oggetti che fanno «status» (come il Rolex). Proprio ostentandoli i «maestri del gas» si rappresentavano sui social, a costo di «beccarsi» qualche rimbrotto dal capo della banda, che temeva che qualcuno si insospettisse per un tenore di vita decisamente incongruo per dei ragazzi disoccupati e nullafacenti, o con lavoretti di copertura. Come testimoniano le intercettazioni, la gang inseguiva infatti le esibizioni delle star italiane del genere (Nesli, Mambolosco e Sfera Ebbasta) per fare razzia tra il pubblico. E se lo diceva tramite un linguaggio smozzicato e osceno, dove a farla da padrona era anche la destrutturazione sintattica.

La lingua è complessità e densità di significati, mentre questi criminali l’avevano scarnificata e ridotta ai minimi termini. Esattamente come hanno fatto anche con le incolpevoli vite di quei loro coetanei che ballavano nella disco di Corinaldo nella maledetta notte dell’8 dicembre 2018. —

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