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Il prof. Mandolesi (Unife): ora sappiamo com'era il cosmo ancora in fasce

Gioele Caccia
Il prof. Mandolesi (Unife): ora sappiamo com'era il cosmo ancora in fasce

Uno dei due scienziati principali che hanno coordinato l'attività di ricerca del satellite "Planck" racconta come sono state calcolate le più precise "misure" finora acquisite sull'universo. L'equipe che ha eseguito gli studi premiata 11 volte. Ferrara resta ai vertici della ricerca. Per andare oltre, prevede lo scienziato, servirà una nuova fisica.

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FERRARA. Quanto si può vedere lontano alzando gli occhi verso il cielo? Tanto, se è vero che gli scienziati che indagano sulle origini dell’universo hanno allungato lo sguardo fino a circa 13.5 miliardi di anni fa, quando il cosmo era ancora in fasce. Tra questi esploratori dello spazio astronomico, che usano satelliti e telescopi per inseguire la conoscenza fin dove la vista e l’orecchio umano non potranno mai arrivare, si è fatto notare un gruppo di ricercatori di Ferrara, per aver osservato e calcolato con estrema precisione le “misure” dell’universo ottenendo riconoscimenti di grande rilevanza internazionale. Ricevere un premio per aver fornito un contributo “importante” alla scienza è motivo di orgoglio per Nazzareno Mandolesi, 75 anni, docente a contratto (post-pensione) di Unife ed ex dirigente dell’Inaf (Istituto Nazionale di Astrofisica), con il quale collabora ancora. A lui è stato assegnato il premio Gruber 2018 per la cosmologia.

Una storia di ricerca. Mandolesi è stato infatti uno dei due principali ricercatori che hanno coordinato l’attività scientifica del telescopio spaziale “Planck” ed è stato gratificato, a “missione compiuta”, assieme al collega Jean-Loup Puget e al team che ha collaborato con i due scienziati con un premio complessivo di 500mila euro. Marchigiano di San Benedetto del Tronto, si è formato come fisico a Bologna e poi ha lavorato per il Cnr, specializzandosi nella ricerca come “antennista” dello spazio ed esperto di microonde con una forte vocazione sperimentale. Ha svolto le sue ricerche attingendo ai dati raccolti da altri osservatori da terra e dallo spazio, poi è arrivata la grande opportunità di “Planck” e Mandolesi non l’ha lasciata cadere.

Obiettivo raggiunto. Come si può leggere nel sito internet dedicato al satellite “Planck”, «dal 2009 al 2013 il telescopio ha raccolto dati che hanno fornito alla cosmologia una descrizione definitiva dell'universo dalle scale angolari più grandi alle più piccole». E la motivazione del premio Gruber, come ricorda lo stesso sito, recita: «Misure che hanno portato alla determinazione dei parametri cosmologici (contenuto di materia, geometria ed evoluzione dell’universo) con una precisione senza precedenti». Il gruppo di studio di “Planck”, grazie ai risultati acquisiti scandagliando gli angoli più remoti dello spazio, è stato premiato 11 volte. L’ultimo riconoscimento, tributato a luglio di quest'anno, è stato consegnato in Belgio per gli esiti prodotti dalla collaborazione internazionale dei telescopi spaziali "Wmap" della Nasa e "Planck" dell’Esa.

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Energia e materia. Mandolesi ricorda che l'acquisizione fondamentale per questo campo di studi, la cosmologia, è stata la scoperta della radiazione cosmica di fondo (avvenuta nel lontano 1964), il residuo del Big Bang ovvero “l’accensione della luce” emessa dall’universo e percepibile dagli strumenti. «Un po’ alla volta è stato possibile studiare sempre meglio, con maggiori dettagli e accuratezza questa radiazione, o “prima luce”, emessa circa 380mila anni dopo il Big Bang, l'evento che ha originato l’universo - spiega lo scienziato di Unife - Prima dei 380.000 anni di vita del cosmo la luce era intrappolata dalla materia e non osservabile. Si pensi che 380.000 anni di vita del cosmo confrontati con la vita umana equivalgono a una ventina di ore di vita: per questo quando si menzionano questi studi si cita l’universo in fasce. Con l’aiuto di “Planck” è stato possibile quantificare una serie di misure di precisione dell’universo. Tra le altre, la sua composizione: oggi sappiamo con estrema accuratezza che è formato dal 5% di luce/particelle visibili, dal 23% di materia oscura e dal 72% di energia oscura. Su queste ultime, materia ed energia oscura, purtroppo non abbiamo ancora elementi per capire cosa siano e di cosa siano costituite».

Lavorare nel freddo cosmico. Le analisi del telescopio spaziale sono state condotte da un team mondiale che ha coinvolto complessivamente, con un esempio ben riuscito di cooperazione internazionale, un migliaio di studiosi e collaboratori. La sua attività si è conclusa sei anni fa. La possibilità di essere raffreddato fino a 100 millesimi di grado dallo zero assoluto (- 273,14° C) ha consentito alla tecnologia di poter scandagliare lo spazio riducendo al minimo il livello di disturbo prodotto dagli stessi strumenti di monitoraggio e di registrare quindi dati ancora più “puri” e affidabili. «Andare oltre il modello che abbiamo costruito fino ad oggi e che ha trovato via via le sue conferme, come quella sull’esistenza delle onde gravitazionali fino a poco tempo fa solo ipotizzate dalla teoria, significa probabilmente dover aprire un altro percorso, verso una nuova fisica, e poter effettuare esperimenti 100 volte più complessi di quelli realizzati grazie a “Planck”. Ai modelli messi a punto, da Einstein in poi, manca qualcosa che possa fare progredire la conoscenza dell’universo oltre la “scala” che abbiamo già raggiunto», commenta Mandolesi.

Il gruppo Unife. A Ferrara, in questo campo, opera il gruppo sperimentale del prof. Paolo Natoli, associato di Fisica e Scienze della Terra, composto da una decina di strutturati, assegnisti e dottorandi. Ferrara sul cosmo la sa lunga, a quanto pare. D’altronde tra i suoi studenti l’università estense ha orgogliosamente ospitato uno dei padri della cosmologia moderna: Niccolò Copernico.

 

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