Crac Carife, il processo riparte dall’appello
La procura deposita il ricorso contro le assoluzioni e chiede ai nuovi giudici la bancarotta impropria per lo scambio di azioni
Il crac Carife riparte da 88, le pagine del ricorso in appello depositato ieri mattina dai pm Barbara Cavallo e Stefano Longhi e notificato a tutte le parti, contro le assoluzioni del tribunale di Ferrara in merito al crac legato all’aumento di capitale del 2011, per 150 milioni. Un crac per cui i giudici avevano accolto le condanne solo per i due ex vertici, Sergio Lenzi e Daniele Forin, presidente e direttore generale, e mandato assolti tutti gli altri 9 imputati.
Govoni e Nanni fuori
Partiamo proprio da questi: la procura ha deciso di non presentare appello contro Paolo Govoni e Tedorico Nanni, per cui gli stessi pm avevano chiesto l’assoluzione al processo, confermando dunque la loro totale estraneità al crac aumento di capitale. A parte le posizioni degli unici due condannati, Lenzi e Forin, la procura chiede il nuovo processo per gli altri imputati, a seconda di ruoli e imputazioni. Primo tra tutti, nel ricorso in appello quello contro la bocciatura della bancarotta patrimoniale: come si ricorda al centro del processo c’era lo scambio di azioni tra Carife le banche Valsabbina e Caricesena, per 15 milioni di euro, ritenute illecite in quanto portarono ad un fittizietà del patrimonio: Carife vendeva azioni alle altre, e queste poi le rivendivano a Carife in un secondo momento. Bene, preso atto della “non sussistenza del reato” per una parte dei 15 milioni dello scambio di azioni, la procura ha fatto ricorso chiedendo la condanna degli imputati (dirigenti Carife e delle banche) solo per quanto riguarda una porzione, per 1 milione e 800 mila euro, che Carife e Valsabbina scambiarono nei loro aumenti di capitale.
Rimodulazione
Per quanto riguarda la bancarotta, la procura rivede tutto l’impianto d’accusa e ha “rimodulato” il reato sostenendo la bancarotta “impropria”, come del resto avevano già fatto in sede di requisitoria al processo i due pm Cavallo e Longhi cambiando il reato, ma i giudici avevano stoppato questo “cambio”, spiegando nelle motivazione il perchè, parole che diventano quasi un suggerimento per il motivo del ricorso: «Rispetto al caso in esame - spiega il tribunale di Ferrara pur assolvendo gli imputati per la bancarotta patrimoniale - non è preclusa la possibilità in astratto di configurare come operazione dolosa la sottoscrizione di azioni ascrivibile alle banche coinvolte nella vicenda... inquadrando però l’acquisto di azioni delle predette banche (Valsabbina e Caricesena) non come sottoscrizione reciproca di azioni di nuova emissione, bensì quale acquisto di azioni presenti sul mercato o di azioni proprie».
Ultima chance
Si riparte dunque, da questo principio che i giudici d’appello dovranno valutare. Così come le posizioni di Michele Sette, funzionario tecnico Carife; Michele Masini, responsabile società revisione Deloitte&Touche e Davide Filippini, indicato come il deus ex machina dell’aumento di capitale dalla procura. Ultimo ma non ultimo, un ricorso tecnico, anche contro i reati prescritti dopo la sentenza per lasciare chance delle parti civili per le cause di risarcimento. —
Daniele Predieri
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