Gli undici ferraresi trucidati e la lezione del rabbino
Strage del Castello, il sindaco Fabbri di fronte al muretto: fu la follia del male Il capo della comunità ebraica: noi privati di ogni dignità e poi mandati a morire
Non dimenticare. Due parole che possono ben sintetizzare la giornata di ieri. Iniziata nell’aula del consiglio comunale dove il rabbino di Ferrara, davanti ad un nutrito gruppo di studenti che hanno preso posto sui banchi consiliari ed in parte sulla tribuna riservata al pubblico, ha spiegato «su esperienze che ho vissuto sulla mia pelle perché mio padre finì ad Auschwitz senza mai fare ritorno – ha detto Luciano Caro – cosa è stata l’aberrazione delle leggi razziali ed in particolare l’orrore della persecuzione contro gli ebrei. Una persecuzione – ha proseguito il rabbino capo di Ferrara – iniziata nel 1938 ma che già prima aveva fatto intuire il suo arrivo». Introdotto dalla direttrice dell’istituto di storia contemporanea Anna Maria Quarzi, il rabbino Caro ha messo in guardia gli studenti chiedendo loro di respingere ogni «intolleranza verso chi è diverso o ci appare diverso. Pensate – ha graffiato nella memoria il rabbino – che sugli ebrei furono messe taglie e ci furono persone che, denunciando la presenza di ebrei, si arricchirono». Toccante il docu-film, “Giusti”, di Matthias Durchfeld ed Andrea Mainardi con testimonianze di sopravvissuti.
Davanti al muro del Castello si è svolta poi la parte esterna della commemorazione, quello consegnato alla storia come l’Eccidio del Castello che il sindaco Alan Fabbri ha definito «la follia del male»: nella notte del 15 novembre 1943 in una rappresaglia di esponenti della Repubblica Sociale vennero rastrellati 74 cittadini, scelti tra antifascisti ed oppositori del regime.
Tra questi ne vennero individuati 11, fucilati all’alba. Cinzio Belletti, un operaio, l’undicesima vittima, venne assassinato per eliminare un testimone. —
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