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Truffa con i fondi post-sisma Chieste condanne per 24 anni

A.M.

L’accusa: fatture gonfiate per ottenere 730mila euro, il denaro poi fu riciclato Sul banco degli imputati il titolare dell’azienda Far e altri cinque imprenditori

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DOSSO. Truffa, fatture false e riciclaggio. È di 24 anni il conto complessivo che la procura ha presentato ieri ai sei imputati accusati a vario titolo di un grande inganno legato ai contributi per la ricostruzione post-sisma: quasi 730mila euro ottenuti in modo illecito dalla Regione presentando fatture gonfiate, e poi fatti “rimbalzare” attraverso una rete di società di comodo, anche create ad hoc dopo l’arrivo dei fondi, e intestate agli stessi imputati attraverso una serie di modifiche “last minute” degli assetti societari. Questa la tesi dell’accusa sostenuta dal pubblico ministero Isabella Cavallari nel processo al titolare dell’azienda Far di Dosso, Gianluca Alberghini, ed altri cinque imprenditori.

Le richieste

Il pm ha chiesto la condanna a 5 anni per truffa per Alberghini, oltre che per Cristiano Garutti e Stefano Anselmi, amministratori della Fenice srl, la società incaricata di eseguire gli interventi.

Gli altri tre imputati, titolari o soci di maggioranza delle società immobiliari utilizzate per spostare il denaro, devono invece rispondere di riciclaggio. Sono Fabiana Borsari, collaboratrice di Garutti, per la quale l’accusa ha chiesto 4 anni e 6mila euro di multa; stesse richieste per Mara Vaccari mentre per il marito Filiberto Trevisani la richiesta è salita a 6 anni e 7mila euro di multa. Tutti e tre, ha dichiarato il pm, non potevano non essere consapevoli della provenienza illecita del denaro.

Lavori sotto accusa

L’azienda Far subì effettivamente dei danni a causa del terremoto ed ottenne quasi due milioni di euro di fondi per la ricostruzione. Ma la successive verifiche della Guardia di Finanza portarono a contestare come ingiustificata una quota notevole del finanziamento, pari appunto a 729mila euro. Nel corso della sua requisitoria il pubblico ministero ha definito «inverosimili» le tesi difensive degli imputati. Poco credibile, innanzitutto, che il titolare della Far non verificasse la congruità di un preventivo-lavori così consistente (980mila euro) come quello presentato dalla Fenice.

Tanto più, ha proseguito, che gli interventi dichiarati dalla società esecutrice comprendevano in tutto una perizia fotografica, opere di sistemazione del tetto contro le infiltrazioni e la «delocalizzazione» del materiale conservato nei capannoni che rischiava di bagnarsi.

Le indagini hanno consentito di “pedinare” buona parte di quel denaro (389mila euro) nelle sue peregrinazioni tra le società immobiliari. Ed è perlomeno una coincidenza curiosa, ha rimarcato il pm, che una di queste immobiliari sia stata fondata un mese dopo il versamento di quei 389 mila euro sul conto corrente della Fenice, nel settembre del 2013, come pagamento per gli interventi.

Quei soldi da quel momento non stanno mai fermi: prima confluiscono nella caparra per l’acquisto di una casa che si perde poi per strada, e poi rispuntano sui conti correnti di altre immobiliari, dove il nome degli imputati ritorna puntualmente.

Per Garutti, inoltre, ha concluso il pm, potrebbero profilarsi altri guai, perché dal processo è emerso che una di queste società sarebbe stata costituita perché gli serviva per sfuggire ai creditori .—

A.M.

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