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l’operazione 

Caporalato in officina Nei guai un centese che sfruttava 58 operai

Caporalato in officina Nei guai un centese che sfruttava 58 operai

Indagini partite da uno sciopero del settembre 2018 I titolari dell’azienda trattenevano una parte degli stipendi

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CENTO. L’accusa è di aver costretto 58 lavoratori connazionali (pakistani) a turni di oltre 12 ore, a lavorare senza adeguate misure di sicurezza, a restituire una parte dello stipendio ed a vivere all’interno di stabili in cattive condizioni igienico-sanitarie. Per reclutare la forza lavoro, si basavano sul passaparola e sulle conoscenze all’interno della comunità pakistana.

E così giovedì, come disposto dal Gip Alberto Gamberini, sono state eseguite dai carabinieri tre misure cautelari per intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ed estorsione in concorso nei confronti di due fratelli di origine pakistana, A.P. di 33 anni ai domiciliari e S.B. di 39 sottoposto all’obbligo di dimora, e di un operaio, A.S.C. di 38 anni anch’egli ai domiciliari, residenti rispettivamente a San Giorgio di Piano e Castello d’Argile nel Bolognese ed il terzo a Cento.

i controlli dell’arma

Le indagini dei militari - coordinate dal pm Antonello Gustapane e condotte dalla compagnia di San Giovanni in Persiceto, dal Nucleo investigativo e dall’Ispettorato del Lavoro di Bologna -, sono scattate dopo una protesta sindacale organizzata nel settembre del 2018, davanti ad una azienda di Castello d’Argile. Ma importante è stato anche il contributo degli operai, i quali hanno trovato il coraggio di denunciare le loro condizioni di lavoro.

Dopo gli accertamenti dei militari dell’Arma, è stato ricostruito come i due fratelli fossero legali rappresentati di nove società specializzate nella componentistica delle automobili con sedi nelle province di Ferrara, Bologna, Modena e Varese, che sono state poi poste sequestro ed ora sono in amministrazione controllata, così come altri beni, il tutto per un ammontare di ben 600mila euro.

il caporalato

Oltre a sfruttare il lavoro dei propri connazionali, i tre uomini di origine pakistana pretendevano una parte del loro stipendio: su 1.200-1.300 euro di compenso complessivo - hanno stimato i militari -, a seconda dell’esperienza del lavoratore chiedevano indietro dai 500 fino addirittura agli 800 euro.

Durante la protesta andata in scena nel mese di settembre 2018 i dipendenti della ditta metalmeccanica con sede a Castello d’Argile avevano lamentato la mancanza di un contratto di lavoro regolare, stipendi dimezzati a causa di parziali restituzioni al datore di lavoro del denaro percepito, orari di lavoro superiori a quelli previsti dal contratto nazionale e di essere spesso minacciati di licenziamento qualora non si fossero adeguati a tale regime. Da lì il via alle indagini che ha portato a due arresti e ad un obbligo di dimora. —

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