Carni suine, i contributi Cinque milioni per la filiera
Obbligo di indicare l’origine dei prodotti trasformati, più trasparenza nei prezzi Nel Ferrarese chiuso il 15% delle aziende, ma l’andamento è in ripresa
È passato in conferenza Stato Regioni qualche giorno prima il decreto che introduce l’obbligo di indicare l’origine delle carni suine trasformate.
Il provvedimento è il risultato del lavoro congiunto tra i ministeri della Salute, dell’agricoltura e dello sviluppo economico e prevede che i produttori indichino in maniera leggibile sulle etichette il nome del paese di nascita degli animali, quello di allevamento e dello Stato dove sono stati macellati.
Cinque milioni destinati quindi a contratti di filiera, innovazione nella valorizzazione delle carni e rafforzamento della trasparenza nella formazione del prezzo nelle commissioni uniche nazionali del settore.
Gli obiettivi
«È necessario lavorare insieme per rendere più forte la filiera suinicola italiana, tanto più in questa fase di mercato - ha spiegato il ministro delle politiche agricole Teresa Bellanova - Vogliamo lavorare sul consumatore, informarlo di più e meglio con una campagna istituzionale e il coinvolgimento anche della grande distribuzione. Ringrazio le Regioni per il contributo attivo in queste scelte che possono dare prospettiva a tutto il comparto».
Il fondo prevede la concessione di contributi per l’acquisto e l’installazione di attrezzatura tecnologica, al fine di valorizzare le carni nazionali e garantire una più oggettiva trasparenza nella formazione del valore. Per tale attività si destinano 3 milioni di euro; il finanziamento di campagne di comunicazione istituzionale e attività di informazione e promozione presso i consumatori funzionali alle attività di investimento del decreto e volte alla valorizzazione della filiera suinicola.
Per tale attività si destinano 1,5 milioni di euro; il sostegno per il rafforzamento della trasparenza nella determinazione dei prezzi.
Una buona notizia quindi per il settore che sta ritornando anche in Provincia di Ferrara a numeri importanti in termini di capi allevati.
I dati ferraresi
Il terremoto del 2012, e poi l’entrata in vigore, dal gennaio 2013, delle restrizioni imposte dal regolamento comunitario 1099/2009 sul benessere animale, sono probabilmente i fattori principali, ancor più degli andamenti di mercato, che hanno portato a una consistente chiusura di allevamenti tra il 2012 e il 2014: nel triennio, la consistenza dei suini in regione si è ridotta di oltre il 10%, circa il 15% in provincia di Ferrara. Dopo gli andamenti altalenanti del 2015 e 2016, nel 2017 nuovamente le consistenze sono tornate a crescere, sia pure in misura contenuta, in conseguenza del fatto che dall’anno precedente, e nella prima parte del 2017 stesso, i listini dei suini grassi hanno ripreso a crescere.
Nel complesso il numero di suini allevati in Emilia-Romagna a dicembre 2018 era di poco superiore a 1 milione e 330 mila capi, circa 60mila in provincia di Ferrara (dati Istat) con un trend in crescita del 5,7% stimato per l’anno appena concluso. —
Lauro Casoni
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