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Bibliotecaria a processo accusata di assenteismo La difesa: inconsistente

Fabio Terminali

Imputata Donatella Mazzanti 59enne dipendente comunale  Secondo la Procura, in malattia lavorava nel ristorante gestito dal suo compagno 

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Entra nel vivo il processo che vede imputata Donatella Mazzanti, la 59enne dipendente del Comune di Portomaggiore accusata di assenteismo e di truffa aggravata ai danni dello stesso ente.

Ieri mattina in tribunale a Ferrara, di fronte al giudice Andrea Migliorelli, è iniziata la sfilata dei testi nell’istruttoria che dovrà far luce sulla vicenda che risale al 2017. In primavera la donna, impiegata nella biblioteca Peppino Impastato, si mise in malattia dopo essere stata colpita da osteomielite, una seria infiammazione a una gamba che richiede riposo assoluto. Tuttavia secondo l’accusa (il pubblico ministero è Isabella Cavallari), durante la stessa estate avrebbe lavorato all’interno del ristorante di proprietà del compagno.

prime TESTIMONIANZE

Il medico curante ha dato conto della patologia che afflisse la 59enne, affermando come non potesse caricare su una gamba.

«Il problema però non è l’esistenza della malattia – obietta Cristiano Basile, il legale che rappresenta il Comune, che nel procedimento penale si è costituito parte civile – quanto il fatto che lei abbia simulato un’entità più grave di quella reale. Il punto vero è: se uno ha una menomazione di quel tipo se ne sta a casa, non va di certo a servire ai tavoli di un esercizio pubblico».

Attività che sarebbe stata notata da diverse persone, tra cui due militari della Guardia di finanza. Ieri sono stati ascoltati in aula. «Testimonianze tutt’altro che chiare – dice l’avvocato dell’imputata, Michele Manfrini –, uno di loro ha riportato cosa avrebbe visto il collega, che di suo ha più volte detto di non ricordare. Così come non per cognizione diretta hanno parlato due dipendenti del Comune, che si occuparono solo di atti burocratici».

L’AGGRAVANTE

Prossima udienza il 12 maggio, quando saranno sentiti altri testi. La Mazzanti deve rispondere anche dell’aggravante di induzione al falso certificato: si ipotizza infatti che la donna abbia fatto pressioni su quattro medici affinché riportassero in maniera distorta le sue condizioni di salute. I professionisti riferiranno in aula. —



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