L’addio a Schönheit «Franco, l’esempio di chi non ha odiato»
La cerimonia funebre per un testimone della ferocia nazista Al cimitero ebraico commozione e un appello alla memoria
«Questo è un giorno molto doloroso per la comunità ebraica della città e per il mondo ebraico, perché ci ha lasciato Franco Schönheit: nonostante tutto non eravamo preparati».
Il rabbino di Ferrara, Luciano Caro, ha aperto con queste parole ieri nel cimitero ebraico, il momento del commiato, «un momento doloroso per chi è stato costretto a subire umiliazioni e soprusi; momento del rimpianto ma anche di ammirazione perché Franco è riuscito a nascondere dietro una maschera d’ironia, la sua tragica esperienza umana, senza mai provare né odio, né vendetta».
Messaggio diffuso
Il rabbino ha proseguito sottolineando che con la sua scomparsa siamo tutti più poveri e sarà più facile per chi vuole negare l’olocausto. «Ma è proprio in questi momenti – ha concluso il rabbino – che è invece ancor più importante diffondere il suo esempio e messaggio».
Riflessioni a cui si è associato anche il sindaco Alan Fabbri che ha portato il cordoglio di tutta la Giunta aggiungendo che con la morte di Schönheit si è persa una testimonianza preziosa. «L’ho conosciuto 15 anni fa – ha ricordato il primo cittadino – durante un’intervista e nonostante l’argomento fosse molto serio, mi parlava della Spal. Una grande parte della storia di Ferrara se ne è andata con lui».
Presente anche il rabbino di Milano che si è soffermato soprattutto sul significato della Parashà, che gli ebrei ricordano quotidianamente nelle loro preghiere poiché fu l’inizio della loro storia dopo la prima delle persecuzioni da parte del faraone d’Egitto, subite poi nel tempo.
« Ma il popolo ebraico è ancora vivo perché non si è mai arreso – ha concluso – come ha fatto Franco che ha resistito e si è riconquistata la sua dignità di uomo».
Altri momenti sono stati ricordati dall’amico Marcello Pezzini, da un vicino di casa, dal vice presidente della Comunità ebraica Massimo Torrefranca ma soprattutto dal figlio Gadi e ai due nipoti mentre la moglie Dori non ha voluto parlare.
Persona libera
«Gli chiesero se dopo l’esperienza nel lager avesse dimenticato Dio – ha esordito Gadi - ma mio padre ha detto no e parlava con lui ogni giorno. Quello che provò il giorno della liberazione fu la sensazione di essere una persona libera perché dal 1938 aveva dimenticato cosa volesse dire».
Gli occhi del nonno Franco saranno sempre accanto ai nipoti che lo hanno considerato un eroe. —
Margherita Goberti
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