Dall’assalto fascista alle sardine in piazza L’Emilia Romagna incubatrice d’Italia
La strategia di Salvini passa per la distruzione del modello rosso Bonaccini è consapevole di essere visto come baluardo al sovranismo
L’analisi
Giovanni De Luna
Che non si tratti soltanto di elezioni regionali Salvini lo ha detto subito, attribuendo al voto in Emilia Romagna la valenza salvifica di un «giudizio di Dio» e sfidando gli avversari in una resa dei conti che dovrebbe certificare la cancellazione del governo e la sua vittoria definitiva. Lo stesso Bonaccini, che pure ha condotto la campagna elettorale privilegiando i temi della buona amministrazione e degli interessi locali, è consapevole di essere visto da una parte dell’opinione pubblica come l’ultimo baluardo difensivo contro il dilagare dell’ondata sovranista. Così, l’Emilia Romagna è chiamata a recitare un ruolo decisivo sulla scena nazionale, intrecciando i suoi destini elettorali con quelli dell’intero Paese e confermando i suoi legami strettissimi con la storia del novecento italiano.
Un secolo fa, infatti, il 21 novembre 1920, a Bologna, l’assalto dei fascisti a Palazzo d’Accursio segnò una svolta decisiva nella trionfale scalata di Mussolini alla conquista del potere. L’Emilia era allora profondamente rossa: alle elezioni politiche del novembre 1919 i socialisti avevano conquistato il 60,1% dei voti, ottenendo, a Bologna, 7 seggi su 8. Il successo era stato replicato alle amministrative del 1920 quando il Psi vinse in 55 comuni su 61, compresa Bologna dove ebbe la maggioranza con il 58,2% dei voti. Questo consenso elettorale si coniugava con un saldo radicamento sociale. Nato dalle lotte bracciantili e operaie nella seconda metà dell’800, il movimento cooperativo emiliano romagnolo costituiva allora un modello di organizzazione economica fondato sul mutualismo, sulla solidarietà, sull’autonomia del lavoro, in un progetto riformista in cui questi valori riuscivano a diventare anche interessi concreti, con una visione politica che era una miscela di pragmatismo e speranze di palingenesi sociale.
Il «fascismo agrario»
Il fascismo capì subito che, se voleva affermarsi a livello nazionale, il «modello emiliano» era il nemico da distruggere e scelse la regione come banco di prova per una strategia fondata sulla violenza e sulla capacità di intimorire avversari e alleati. Il «fascismo agrario» nacque proprio nelle periferie agricole della pianura padana, intorno a improvvisati capi politico-militari (furono chiamati ras come i signori feudali dell’Etiopia). Era l’ala più estremista, militarmente organizzata in «squadre», provviste di armi e di mezzi di trasporto, pronte a colpire con rapide concentrazioni di ingenti forze i municipi dei comuni amministrati dai socialisti o le sedi delle cooperative. Sotto i colpi di questa offensiva, l’Emilia da rossa diventò nera. Per i socialisti fu una sconfitta che lasciò strascichi difficili da cancellare.
Quando, nel 1945, il fascismo di Mussolini si dissolse, i fermenti di guerra civile congelati per un ventennio riesplosero in una Resistenza emiliana unica per la sua radicalità e i suoi slanci rivoluzionari. E l’Emilia-Romagna diventò di nuovo rossa, rimanendo tale per tutta la storia della Prima Repubblica. L’impianto stesso del Pci togliattiano fu modellato sulla tradizione del riformismo emiliano, ereditandone l’attenzione ai ceti medi (che attutiva le durezze classiste degli operai), una cultura di lotta e di governo (efficace sia a livello locale che nazionale), la consapevolezza che qualsiasi programma politico dovesse fondarsi sulla soddisfazione dei bisogni materiali delle masse. I risultati, sia sul piano dello sviluppo economico che dell’inclusione sociale, furono stupefacenti e la regione rappresentò una variabile interna del capitalismo italiano guardata con ammirazione anche negli ambienti ideologicamente più lontani dalle proposte comuniste.
LA BOLOGNINA
Fu nel solco di questa tradizione che, il 12 novembre 1989, Achille Occhetto scelse Bologna per annunciare la svolta che portò allo scioglimento del Pci. Apparentemente non ci furono lutti da elaborare, ferite ideologiche da sanare e la svolta sembrò non scalfire l’egemonia «rossa». In realtà, proprio per la sua capacità di «rispecchiare» fedelmente gli scenari nazionali, anche in Emilia Romagna la sinistra cominciò a scricchiolare e il berlusconismo si avventò in maniera dirompente sugli equilibri politici locali fino alla vittoria «epocale» di Giorgio Guazzaloca che, nel giugno 1999, diventò sindaco di Bologna alla guida di una coalizione di centro destra, mantenendo la carica fino al 2004. La sconfitta del centro sinistra segnalava proprio la difficoltà a replicare l’intreccio tra valori e interessi che era stato il cuore del riformismo emiliano. Sganciati dai valori, gli interessi diventarono i pilastri di una concezione aggressiva del proprio benessere individuale, una realtà da difendere contro nemici di volta in volta indicati nello Stato, nel fisco, nei migranti, e, per quanto paradossale possa apparire, anche nei comunisti.
DISCONTINUITà
Questa campagna elettorale sembra essere così la replica di un copione andato in scena per decenni. Con, però, forti elementi di discontinuità che riguardano soprattutto il centro sinistra. Nel vecchio tessuto economico delle cooperative sono nate ormai imprese capitalistiche che si confrontano ad armi pari con altri grandi gruppi, come l’Unipol, una imponente holding finanziaria, o la Cmc, la vecchia cooperativa di muratori e cementisti ravennate che è oggi un colosso a livello globale. E anche le «sardine» sono un movimento che appartiene integralmente al post Novecento, del tutto privo di quel «principio di organizzazione» che Palmiro Togliatti riteneva indispensabile per la vita di qualsiasi formazione politica. La «continuità» è invece più marcata in Salvini, non solo perché la Lega è il più vecchio dei partiti in lizza. C’è molto di novecentesco, ad esempio, nel suo dichiarato eclettismo programmatico, nella disinvoltura con cui mescola i fermenti antisemiti della sua base con le aperture diplomatiche allo stato di Israele, la difesa tenace degli interessi corporativi dei ceti medi con gli ammiccamenti alla nostalgia della classe operaia per il vecchio Pci, l’ostentata devozione mariana con l’avversione verso papa Francesco, etc. Quello tra continuità e discontinuità è un altro aspetto di uno scontro che non riguarda solo il futuro del sovranismo e del populismo. —
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