In bilico tra voto d’opinione e scelta amministrativa
Oggi si vota, finalmente, da oggi conteranno solo i voti. E dovremo contarli sino all’ultimo questa notte: pesarli non basta più.
In Emilia Romagna, per la prima volta in cinquant’anni di tornate elettorali, il risultato non è scontato, anzi. I dati delle Politiche del 2018 e quelli delle Europee del maggio scorso fotografano un centrodestra primo nella regione, con un vantaggio passato da due a quattro punti percentuali (44% a 40% nel 2019); il centrosinistra regge nell’area metropolitana e industrializzata lungo la via Emilia, ma attorno le mappe elettorali sono tinte di un verde omogeneo, mentre non c’è più traccia del giallo dei Cinque Stelle.
Altro che outsider, com’è stata raccontata: i precedenti elettorali assegnano alla Borgonzoni il ruolo di favorita. Numeri. A cui Bonaccini risponde con gli indicatori positivi sul welfare e sull’economia e con i primati che il territorio ha saputo conquistare.
Ogni scheda può essere decisiva, la partecipazione è rilevante, l’affluenza destinata ad essere decisamente alta. Nel 2014, per un’elezione che appariva segnata, rimase a casa oltre il 60 percento degli elettori: una brutta pagina che oggi voltiamo. Anche per l’effetto Sardine, il ritorno in piazza della sinistra che ha riacceso la passione e dato nuovi stimoli a molti tra i simpatizzanti storditi dai rovesci elettorali e contestualmente fatto suonare un ulteriore squillo di chiamata alle armi nell’altro campo: non può produrre travasi di voti, ma portare più persone alle urne, sì. E forse favorire il dialogo tra Bonaccini e la base grillina, con il candidato al bis che si appella al voto disgiunto per incassare aiuti dai pentastellati e limitare l’emorragia a sinistra.
Ogni scheda può essere decisiva. E la Borgonzoni ha dalla sua anche la mancanza di concorrenti d’area. Sul palco dell’ultimo comizio, l’altra sera a Ravenna, ha riunito l’intero centrodestra con Salvini, Meloni, Berlusconi e Toti a rimarcare il valore politico della partita emiliana che è stato leitmotiv della lunga campagna elettorale leghista che ha intrecciato questioni locali e temi nazionali, con continue stoccate all’esecutivo Conte. Salvini ha scommesso forte sul voto d’opinione, Bonaccini ha puntato sul buon governo locale, tenendo ben lontano i leader di partito.
Le Regionali sono così, un voto in bilico tra politica e livello amministrativo. Decidono chi e come si occuperà di servizi essenziali, dalla sanità all’organizzazione scolastica, eppure sono generalmente considerate distanti dagli interessi concreti dei cittadini. La partita, apertissima, è in questo scarto.
Buona domenica di voto.
Luca Traini
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