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Conte: sconfitta tutta di Salvini ora alleanza organica tra Pd e M5s

Ilario Lombardo
Conte: sconfitta tutta di Salvini ora alleanza organica tra Pd e M5s

Il premier sorride: gli emiliano-romagnoli hanno citofonato al leader leghista e hanno detto no, grazie

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Si contiene fino alla fine, in attesa di conoscere i risultati definitivi che aspetta da casa, a Roma, assieme alla famiglia. Poi Giuseppe Conte fatica a trattenere la gioia e fa sapere: «Noi abbiamo sempre detto che era un voto regionale, che non avrebbe influito sulle sorti del governo. Era il senatore Matteo Salvini a sostenere il contrario. E allora si può dire che questa è una sconfitta tutta di Salvini. Gli emiliano-romagnoli gli hanno citofonato e gli hanno detto no grazie». Poi una riflessione di fronte a quello che comunque è sembrato subito chiaro, già dai primi exti poll. La disintegrazione del M5S per Conte vuol dire due cose. Non è certamente una buona notizia perché è scontato che l’enorme crisi di identità di un partito alla ricerca di se stesso abbia i suoi effetti sul governo. Ma il Movimento liquefatto in una regione che è diventata l’argine ultimo nella difesa contro Matteo Salvini è anche il segno di una tendenza che secondo Conte dovrebbe «essere irreversibile». In una polarizzazione così estrema del sistema, che il voto ha solo sintetizzato a livello locale in una regione simbolo, obbligherà a una scelta, almeno di area, a partire dalle prossime elezioni. Avendo intuito la portata nazionale della sfida, non è un mistero che Conte fosse tra quelli che non volevano i grillini in corsa, a infastidire la delicata partita di Stefano Bonaccini e del Pd. La desistenza alla fine è stata nei fatti, elettorale.

I grillini sono risultati irrilevanti, schiacciati da due colossi. In Calabria è andata un po’ meglio, ma non quanto ci si può aspettare su un territorio dove il Pd era a pezzi, travolto da faide interne, mentre la regione affogava in una serie di scandali giudiziari che avrebbero dovuto premiare il partito che cavalca le inchieste contro la classe politica.

È la prova, pensa Conte, che il progetto di un’ «alleanza organica» vada perseguito, come vuole la dirigenza del Pd e una fetta sempre più grande del M5S. Di sicuro lo chiedono i ministri e l’ala governista dei grillini che nei prossimi giorni spingerà perché almeno in Liguria e in Campania si lavori a un apparentamento in grado di rendere più difficile la vita al centrodestra a trazione leghista. Si sa che l’ex capo politico Luigi Di Maio non è così favorevole, e agli Stati Generali previsti per metà marzo cercherà in tutti i modi di mantenere il M5S come alternativa ai due poli. Tutto dipenderà da quale anima dei 5 Stelle prevarrà, se quella riformista o quella più mutevole, capace di diventare, all’occorrenza, sovranista.

Ma al prossimo appuntamento elettorale, l’ultimo su cui rischia di inciampare il governo, Conte vuole arrivare con un po’ di traguardi raggiunti. Il tempo dell’attesa è finito. Deve scongelare l’agenda 2023, scacciare l’immagine del premier del rinvio che gli hanno cucito addosso le opposizioni e non solo. Ora non ci sono più scuse, fino a maggio non ci sono più elezioni da onorare, roccaforti da difendere. «Dobbiamo correre» dice il presidente del Consiglio. La riforma fiscale, la deburocratizzazione, il green new deal, i cantieri da far ripartire. Ma prima di tutto bisogna affrontare i grandi scogli per la maggioranza. Sulla riforma della giustizia, la revoca di Autostrade e la rimodulazione dell’Irpef, Matteo Renzi sta da una parte, il resto della maggioranza dall’altra.

Saranno giorni difficili, di grandi mediazioni e ricuciture, e Conte lo sa. Ma prima vorrebbe fissare un incontro, il più presto possibile, con le Sardine, con i ragazzi che hanno riempito le piazze e le urne emiliane. «Questo risultato - dice Conte - a partire dall’affluenza, è anche merito loro». —



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