In coda alle urne L’affluenza record ha deciso la sfida elettorale
Nel Ferrarese ha votato il 65,59% contro il 37% di 5 anni fa Punte massime a Masi Torello, Goro e Vigarano Mainarda
Un ritorno massiccio alle urne, in netta e forte controtendenza rispetto al minimo storico delle precedenti elezioni regionali. L’affluenza a Ferrara ha sfiorato il 66%, un dato che ha pesato in modo decisivo sull’esito finale della consultazione e che è stato a sua volta determinato da alcuni fattori capaci di risvegliare nell’elettorato la voglia e l’urgenza della partecipazione. Le Sardine hanno riempito le piazze e fatto breccia tra i delusi della sinistra che in precedenza avevano disertato le urne, con contraccolpi innegabili sull’esito del voto. Ma anche la campagna agguerrita e aggressiva del centrodestra, unita alla connotazione nazionale data alle consultazioni emiliano romagnole, ha avuto un sicuro peso nell’incremento dell’affluenza.
I Comuni
Guardando ai dati ferraresi, spiccano le punte di Masi Torello, Goro e Vigarano Mainarda, tutti sopra il 70%. Addirittura Goro alle Regionali del 2014 era stato tra i Comuni più assenti alle urne, con poco più del 26% di votanti. A registrare l’affluenza più bassa è stato invece Comacchio, l’unico sotto il 60%, e che anche cinque anni fa era stato ultimo per percentuale di votanti, appena un quarto degli aventi diritto.
L’ondata
Dunque una vera e propria ondata di votanti, che ha attraversato in maniera abbastanza omogenea l’intera regione, con qualche differenziazione che sarà materia di analisi per i politologi, più che per gli esperti di exit poll. D’altra parte le due elezioni regionali, una a distanza di cinque anni dall’altra, non avrebbero potuto essere più diverse per posta in palio, capacità di catalizzazione dell’opinione pubblica e attenzione da parte dei mass media. Nel 2014 la chiamata alle urne fuori stagione era considerata già scontata fin dai primi sondaggi, nel confronto tra uno Stefano Bonaccini che veniva da una conduzione senza eccessi del Pd regionale e Alan Fabbri, allora sindaco di Bondeno, “promosso” candidato presidente del centrodestra dalla caparbietà di Salvini, che fu l’unico leader nazionale a battere in lungo e in largo l’Emilia Romagna riuscendo a concentrare su di sé le telecamere delle tv nazionali con azioni tipo i blitz ai campi nomadi. E sul clima elettorale di allora incise anche la bufera delle spese pazze dei gruppi consiliari regionali, che lambì lo stesso Bonaccini.
Cinque anni fa
Il clamoroso 37,71% di cinque anni fa si spiega quindi con più di un fattore, quasi tutti assenti nel voto di ieri. In più stavolta si sommavano altri tre effetti: Conte sì/no, «mandiamo a casa per la prima volta la sinistra» sul modello Ferrara, e le Sardine. L’effetto si è sentito molto lungo la via Emilia, dove le Sardine sono nate, ma ha sommerso anche parte del Ferrarese. Con loro non funzionano i luoghi comuni elettorali, tipo «piazze piene, urne vuote».
Quanto alla caduta dell’ultimo Muro rosso, invocata dai leghisti, ha introdotto paradossalmente un granello nell’ingranaggio dei sondaggisti, che tendevano (a partire da Piepoli) ad accreditare lo storico schema «alta affluenza, vittoria del centrodestra», servendo evidentemente da catalizzatore delle paure anche dell’elettorato più tiepido di centrosinistra. Fatto sta che già alle 19 il dato dell’affluenza al secondo intermedio era già venti punti di media sopra quella totale di cinque anni fa: il caso più clamoroso è Goro, che si era fermato nel 2014 al 26,34% e che con ancora la serata davanti aveva sfondato quota 60%.
Si parla, tra parentesi, della piazza dove si è registrato un confronto diretto, anche se non in contemporanea, tra Salvini e Bonaccini. La capitale del contro-voto cinque anni fa è stata Comacchio, mentre stavolta in Laguna avevano in più da supportare il sindaco Marco Fabbri e hanno debordato oltre il dato delle Europee 2019.—
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