Partita vista dalla tribuna: Cinquestelle polverizzati
Il candidato Benini aveva già gettato la spugna, «almeno non è colpa di Crimi»
«L’asticella è fissata al 5 per cento». Per provare a eleggere almeno un consigliere regionale. Soprattutto, per non sparire. Il Movimento 5 stelle in Emilia Romagna - la terra in cui è nato – guarda la partita tra Pd e Lega dalla tribuna e da lì tifa, più o meno silenziosamente, il candidato del centrosinistra Stefano Bonaccini. Ma quando in serata arrivano i dati dell’affluenza alle urne, ai piani alti del partito iniziano a vedersi volti preoccupati. «L’alta affluenza ci penalizza, perché vuol dire che si è mobilitato l’elettorato della sinistra e rischiamo di restare schiacciati». Così, prima ancora che i seggi siano chiusi, si abbassa ulteriormente la soglia di sopravvivenza: «Proviamo ad arrivare al 5. Certo, se non superiamo nemmeno il 4 per cento...». Quando escono le prime proiezioni, che danno il candidato del Movimento tra il 2 e il 5 per cento, il morale scende ancora. Il rischio, sempre più tangibile, è di non riuscire a eleggere nessuno. Di finire, nel peggiore dei casi, ad un punto di distacco dalla candidata di Potere al popolo, Marta Collot. E polverizzarsi, così, proprio dove Beppe Grillo con la sua “Woodstock 5 stelle” lanciò il partito nel 2010.
Il candidato governatore Simone Benini, d’altronde, si scherniva da giorni: «Vincere? Puntiamo al massimo a eleggere qualche “sentinella” in Regione». E le sentinelle sono spesso sole, qualche volta in due.
Insomma, non ci credeva nemmeno lui. Poi, quando Bonaccini ha recuperato nei sondaggi finendo appaiato alla candidata del centrodestra Lucia Borgonzoni, dal Movimento sono arrivati gli inviti al voto disgiunto da parte di attivisti e di alcuni eletti, come la consigliera regionale uscente Raffaella Sensoli. Hanno spaccato in due la base, dopo anni di attacchi alla giunta Bonaccini, ma in molti, alla fine, hanno seguito il consiglio.
Il “giallo” Bugani
Persino Max Bugani, volto storico del Movimento in regione, consigliere a Bologna ed ex socio di Rousseau, avrebbe confessato ad alcuni amici di aver votato Bonaccini e non Benini.
Nel quartier generale del candidato M5S si prova almeno a sdrammatizzare: «Almeno questa volta sarà colpa di Vito Crimi». Nella battuta, però, emergono le responsabilità che Luigi Di Maio non può scrollarsi di dosso, nemmeno dopo il passo indietro da capo politico. Lui che non è mai stato convinto di presentarsi, conscio dei rischi per il governo e della debolezza della rete pentastellata sul territorio, e che nonostante questo si è piegato alle pressioni interne, lasciando una campagna elettorale senza fondi, organizzazione, né passerelle di big.
SOPRAVVIVENZA
D’altronde, solo nella vittoria di Bonaccini può tirare il fiato il governo. E solo nella vittoria di Bonaccini può sopravvivere il progetto di Di Maio di tenere il suo Movimento in territorio neutrale, lontano da un’alleanza strutturale con le altre forze del centrosinistra, «ago della bilancia» tra le destre e la sinistra. Il ragionamento fatto dai vertici M5S nelle ultime settimane è sempre stato chiaro: in caso di sconfitta del Pd, se i voti dei Cinque stelle si rivelassero fondamentali per ribaltare il risultato in una vittoria di Bonaccini, allora sarebbe complicato continuare a professare la strategia della Terza via. Di Maio già sente il fiato sul collo dei suoi avversari interni, che spingono insieme a Conte per aprire un dialogo serrato con i dem ed entrare stabilmente in un’alleanza strutturale che possa arginare il centrodestra. La resa dei conti, nei piani dell’ex capo politico, deve arrivare agli Stati generali, non dopo l’Emilia Romagna. Ecco perché ai piani alti del partito si guarda la partita dalla tribuna. A costo di scomparire. —
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