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Omicidio Forlani, la pistola che lo uccise usata in altre due esecuzioni nel Padovano

Daniele Predieri
Omicidio Forlani, la pistola che lo uccise usata in altre due esecuzioni nel Padovano

Dalle carte giudiziarie, la nuova verità sul delitto del commercialista ferrarese assassinato 30 anni fa  

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il retroscena

Lo uccisero il 21 dicembre 1989, tra le 11 di mattina (ultima sua telefonata in ufficio a Ferrara) e le 14 quando un testimone vide già la sua auto ferma a ridosso della massicciata della linea ferroviaria a Villa del Bosco, località di Correzzola, nel Padovano. In questi 31 anni sono corsi fiumi d’inchiostro sulla morte di Luciano Forlani, commercialista ferrarese trovato morto, poi, il giorno dopo la sua “esecuzione”.

Esecuzione di un killer

Perché di questo si tratterebbe, da parte di un probabile killer, uno dei tanti delle bande o schegge impazzite della Mala del Brenta o del Piovese che in quegli anni imperversava nel Padovano, per il controllo di tutto: droga, riciclaggio di soldi e bottini a banche e furgoni valori. Una “firma” sul corpo di Forlani, perché – dicono ora le ultime carte dell’indagine riaperta tre anni fa sull’omicidio, ma ora archiviata – quella stessa pistola che lo uccise era stata usata un anno prima, per sparare e uccidere in successione: tra il 21 e il 26 novembre 1988, due pregiudicati legati a droga e malavita padovana, Natale di Meo, 42 anni, originario del Messinese, detenuto in semilibertà e Andrea Pigato, 29 anni, di Carmignano sul Brenta (Padova), quel giorno di 32 anni fa appena scarcerato l’arresto per droga. È questa la “nuova” verità che emerge dalle carte dell’archiviazione nei confronti dell’unico sospettato in tutti questi decenni della morte di Forlani, Renato Rossi: anche lui ferrarese, in quei lontani anni socio in affari di Forlani, indagato nel 1989 e di nuovo nel 2016 per le analogie dell’omicidio di Enzo Sancovich che Rossi uccise per un debito di soldi, per cui è stato condannato in definitiva a 30 anni. Ma perché archiviare nonostante la pista della “pistola fumante”? Per spiegarlo si deve tornare indietro negli anni, come scrivono i magistrati: al Piovese (nel Padovano) dove ai vari malavitosi meridionali, soggiornanti obbligati, si sommavano le bande della Mala del Brenta, non solo quella del più famoso Felicino Maniero. Si deve tornare alla lunga catena di omicidi, scrivono i magistrati che si soprendeno lo stessi della « conclusione del consulente balistico secondo cui l’arma che ha ucciso Forlani, aveva un anno prima, giù ucciso due volte». Pigato e Di Meo, appunto. E aggiungono: «Per quanto sorprendente sia il fatto che anziché liberarsi di un’arma già usata per due delitti l’autore la riutilizzi a distanza di tempo, la tesi esposta allargherebbe le possibilità che Forlani fosse venuto in contatto con ambienti capaci di perpetrare l’omicidio». Di organizzare una “esecuzione”. L’anello di congiunzione con questi ambienti è Renato Rossi, vicino secondo gli inquirenti a grossi pregiudicati del Piovese con grosse disponibilità finanziarie illecite, da riciclare. Forlani stava seguendo l’acquisto del camping Smeraldo di Chioggia di uno di questi pregiudicati (Lino Lionello) di cui Rossi viene indicato come factotum. E non solo: Rossi avrebbe avuto interessi anche con Giancarlo Bettio della banda Maritan legata a Maniero. Ipotesi, elaborazioni investigative: nulla di più. Ma volendo essere concreti, non sarebbe possibile risalire a chi sparò con quella pistola nei due precedenti omicidi?

Certo, ecco i nomi. Primo omicidio, 21 novembre 1988. Poco distante casa, quartiere Sacra Famiglia a Padova, Di Meo viene freddato da un killer: regolamento di conti, dirà la Polizia che riesce a dare un nome a chi spara: battevano le agenzie Ansa anni dopo che ad uccidere Di Meo sarebbero stati Sergio Tessarolo e Renato Loro, con un complice in auto, guarda caso Andrea Pigato. Che una settimana dopo viene anche lui freddato in un’altra esecuzione, assassinato – ribattono le agenzie – da Tessarolo per regolamento di conti. Ma, sia Tessarolo che Loro sono stati uccisi, in altre esecuzioni.

La pista della pistola che spara si ferma qui: resta da chiedersi in mano a chi sia finita dopo questi due omicidi. Non lo sa il pm padovano Roberto Piccione che aveva riaperto il fascicolo Forlani-Rossi dopo il caso Sancovich; perché nelle indagini riaperte, ammette, persone informate o coinvolte sono decedute: quelli che sapevano e che spararono. E così, dal silenzio dei morti, resta la verità giudiziaria vergata dal pm nella sua richiesta di archiviazione di diversi mesi fa: è vero che Forlani la mattina in cui è stato ucciso aveva appuntamento con Rossi; è vero che i due si sono incontrati, meglio incrociati a casa di Rossi, che era sotto la doccia dirà poi la moglie, ricordando a verbale “Forlani disse che si avviava perché si sarebbe dovuto incontrare con un’altra persona e con mio marito dopo, dove erano d’accordo di trovarsi (al camping Smeraldo, ndr)”.

La sintesi del pm

«È verosimile - allora, sintetizza il pm Piccione - che Forlani dovesse incontrare una terza persona non identificata». Una terza persona – uscita dai famosi ambienti che sparano e uccidono – dalla quale Forlani doveva ricevere assegni (quella mattina chiamò il direttore della sua banca chiedendo se era possibile versarli). E Rossi in tutta questa vicenda? Intercettato in carcere dal 2016 in poi, ripete «non so nulla di Forlani» e anche il compagno di cella lo scagiona: «lui dice che non c’era e che non ha mandato un sicario». «Accogliamo l’archiviazione – chiude l’avvocato Alberto Bova, legale della famiglia Forlani –. E chissà se, in futuro, con nuovi, possibili sviluppi, si potrà far riaprire di nuovo le indagini sulla pistola che ha ucciso tre volte». –

Daniele Predieri

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