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Addio al Forno Valentino: «La qualità non paga più»

Alessandro Bassi
Addio al Forno Valentino: «La qualità non paga più»

L’amaro sfogo di Laura Salani, figlia del fondatore, che ha chiuso dopo 55 anni. «Concorrenza dei supermercati, lavoro nero e omologazione ci hanno sconfitti»

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COPPARO. Ieri è stato l’ultimo giorno: il Forno Valentino ha chiuso. Se ne va un’azienda storica, fondata da Valentino Salani (scomparso lo scorso anno) 55 anni fa, che, nel momento di massima espansione, una ventina d’anni fa, contava 35 dipendenti: ora ne aveva 9, oltre alla titolare Laura, figlia del fondatore, alla guida dell’azienda da 13 anni e artefice dell’allargamento del panificio a pasticceria una decina d’anni fa. Un altro pezzo della Copparo economica che chiude. Mentre parla, Laura è amara. Le chiediamo le ragioni della sua scelta.

«Perché chiudo? Me lo hanno chiesto in tanti. Ci sono tante ragioni, ma una delle principali è che la qualità non paga più. Noi avevamo 2.000 metri quadri di superficie, 12 forni, 10 furgoni per le consegne, due punti vendita diretti e una lunga lista di market forniti nel tempo. La nostra è sempre stata una produzione artigianale e di qualità elevata. Durante gli anni tali scelte ci hanno penalizzato. I panifici sono in crisi, da anni, la concorrenza della grande distribuzione e il pane congelato sono stati terribili. Fino a qualche anno fa si riusciva a reggere, magari con la creatività e i prodotti alternativi: pizza, focacce, pasticceria... e noi, nel nostro locale, ci mettevamo anche caffetteria e gastronomia. Poi, poco a poco, sempre più market hanno iniziato a proporre sulla piazza gli stessi prodotti, magari copiandoli o persino assumendo ex dipendenti. Alla fine l’equazione tra prodotti copiati ma a livelli di qualità inferiori, e con prezzi da saldo, a cui va unito il fatto che i nostri costi aumentano, portano al risultato che si chiude. La qualità, alla fine, non basta più».

ALTRE IDEE

Non si potrebbe ristrutturare, modificare? «Servirebbero troppo tempo, troppi investimenti, troppe modifiche. A questo punto, meglio chiudere, magari vendere i materiali e, se possibile, in futuro ripartire, con stesse determinazione e voglia di proporre. Purtroppo lo Stato non sostiene le aziende che cercano di restare su un mercato, in cui la qualità non è una parte dell’equazione. Non aiuta a mantenere posti di lavoro, a controllare chi e come lavora, sanzionando il lavoro in nero. Poi, ormai manca la professionalità: persone per le quali lavorare bene e con capacità sono sempre meno. Nel corso del tempo noi abbiamo avuto problemi, attraversato difficoltà. Ma serve anche la voglia di produrre nel miglior modo possibile, e questa è sempre più rara. Ormai può reggere solo chi propone il discorso industriale, con costi ma anche qualità inferiori. Forse. È triste che succeda. Così si perdono sempre più le tradizioni e i prodotti tipici regionali. Purtroppo, sembra che la gente voglia questa assimilazione. Gli artigiani, alla fine, anche se lo vorrebbero, non possono combattere, anche perché pure gli artigiani sono in via di estinzione. Adesso si chiude, si chiude tutto. Grazie a chi ci ha scelto fino alla fine e arrivederci, perché nella vita non si sa mai». —

Alessandro Bassi

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