Chiesto processo per Sgarbi E il critico attacca i magistrati
La procura di Roma ha chiesto il rinvio a giudizio di Vittorio Sgarbi. Il critico d’arte e deputato del Gruppo misto è accusato di aver autenticato opere false attribuite all’artista anconetano Gino De Dominicis, morto nel 1998.
Il nome di Sgarbi emerse nell’ambito dell’operazione “Urvasi” dei Carabinieri per la Tutela del Patrimonio culturale, nell’autunno del 2018, durante la quale i militari hanno eseguito quattro provvedimenti cautelari: due arresti e due divieti temporanei di esercizio dall’attività professionale. Nell’inchiesta sono state indagate a vario titolo 23 persone e sono state sequestrate 250 opere contraffatte, (per un controvalore di oltre 30 milioni di euro), cedute - secondo le accuse - ad ignari collezionisti.
La vicenda ruota attorno alla Fondazione archivio Gino De Dominicis di Roma, presieduta proprio da Sgarbi. La Fondazione all’epoca era composta da esperti d’arte, importanti galleristi e mediatori commerciali. I presunti autori dei vari reati sono, con posizioni diverse, coinvolti in maniera attiva nella falsificazione, autenticazione e commercializzazione di opere d’arte falsamente attribuite all’artista marchigiano - riconosciuto come uno degli autori più importanti dell’arte italiana del secondo dopoguerra con quotazioni sempre più in rialzo sul mercato – e, in misura minore, ad altri maestri dell’arte contemporanea.
«Le opere sono tutte autentiche e gli unici falsi sono i magistrati che con esperti incompetenti dichiarano false opere autentiche creando un danno grave all’arte e all’artista», ha dichiarato Vittorio Sgarbi, commentando la notizia della richiesta di rinvio a giudizio firmata dalla procura capitolina. «Sono felice di essere processato per poter dimostrare che i giudici sono falsi. Io un giudice l’ho già denunciato al Csm. Chiederò comunque che giudichi la mia posizione il parlamento perché le mie opinioni sono assolutamente vere. Non accetto che qualcuno possa mettere in discussione la mia credibilità, quindi mi appellerò all’articolo 68 della Costituzione», ha concluso il critico d’arte ferrarese. —
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