Le Geografia del voto
La vittoria c’è stata, ma l’impressione che qualcosa si sia “rotto” nel prevedibile ingranaggio politico emiliano romagnolo è qualcosa di più di un ipotesi. Sì, perché mentre il Centrosinistra celebra la vittoria di Bonaccini, del “Modello Emilia” e brinda allo scampato pericolo leghista, dati e mappe ci raccontano di una regione che ormai è difficile catalogare come “rossa” e una tornata elettorale che non si è trasformata esattamente in una marcia trionfale per il centrosinistra.
Come si può intuire dalla mappa sopra, la destra a trazione leghista domina letteralmente in provincia di Piacenza, nel ferrarese e si prende quasi tutto l’appennino tosco-emiliano, dove diventa insolitamente la forza di riferimento. Ma è molto forte anche nel parmense e in molti comuni del modenese. Reggono i bastioni della Via Emilia dove prevalgono gli argini di una sinistra che ha puntato molto sulla mobilitazione in chiave anti-leghista con un grande coinvolgimento della società civile.
Sono i centri urbani, e nella fattispecie i grandi centri urbani della Via Emilia (Bologna su tutti), a regalare la vittoria a Bonaccini e scongiurare una sconfitta che sarebbe diventato un simbolo. Ma nella provincia emiliana e romagnola la sinistra soffre di più, mentre la nuova destra sovranista macina consensi.
Un paradosso che non è purtroppo più una novità da alcuni anni. “A Bologna c’è una iper tendenza positiva per Bonaccini a fronte di un quadro regionale che è molto peggiorato rispetto al 2014. Il consenso di Bonaccini è stato più forte nelle città che si spiega in parte su fenomeni civici, in parte con il fenomeno delle “Sardine” che richiama più quei mondi che altri” spiega Lorenzo Pregliasco, direttore di YouTrend, che sottolinea la difficoltà della sinistra a fare breccia in quelle aree più povere popolari che un tempo costituivano la base del suo elettorato: “C’è una tendenza di lungo corso che abbiamo visto in Italia dal 2014, ovvero la centralizzazione dei voti per il Centrosinistra nei centri urbani, soprattutto nelle aree centrali e borghesi delle città, mentre il centrodestra cresce nelle aree periferiche e suburbane. In questo caso abbiamo visto un dato molto importante per Bonaccini nelle città, soprattutto in quelle della Via Emilia”.
Quel che è certo è che una delle componenti fondamentali di Bonaccini è stata l’affluenza che aumenta di trenta punti percentuali rispetto alle scorse Regionali del 2014. Un risultato probabilmente molto legato alla forte mobilitazione messa in pratica dal movimento delle Sardine, che si è rivelata probabilmente fondamentale nella riconferma del Governatore uscente.
Una dinamica sulla quale ha influito anche la reputazione di Bonaccini, come osserva Lorenzo Pregliasco: “ L’affluenza è scesa dove il centrodestra aveva le sue sacche di voto (Piacenza e Ferrara), mentre è cresciuta nelle aree urbane della Via Emilia. E questo, a mio avviso non è dovuto alle liste, ma al prestigio del Governatore. Una buona parte del surplus di Bonaccini è dato da chi ha indicato solo il nome del Presidente sulla scheda”.
È prematuro per parlare di crollo definitivo, le Regionali del resto sono molto diverse dalle politiche. Di certo però le elezioni emiliano-romagnole hanno rappresentato il momento più basso della vita politica dell’M5S. Il Movimento è nato simbolicamente nella Bologna dei “Meet Up” e dei primi “Vaffa Day” e in Regione aveva sempre fatto registrare ottimi risultati, fino a diventare nel corso delle politiche del 2018, addirittura il primo partito emiliano romagnolo. Un risultato che evapora completamente nel 2020: oggi l’M5S, con il suo 4.7%, raccoglie meno di quanto ottenuto da Fratelli D’Italia. Un crollo che coinvolge tutta la Regione, ma che come si può intuire dalla mappa sotto, è ancora più evidente in determinate aree dell’Emilia Romagna.
Il calo evidente del Movimento si mantiene pressoché costante in tutta la Regione, ma è assai più evidente nel piacentino e sull’Appennino, dove tende a scomparire, e più contenuto (per quanto possibile) in Romagna. “C’è un mantenimento molto relativo in Romagna, alle politiche qui aveva superato il 30%, ora sfiora l’8%. C’è una sparizione totale invece tra Piacenza e l’Appennino, probabilmente perché l’M5S tende ad andare storicamente meglio nelle aree costiere, ha avuto sempre una concentrazione sull’Adriatico. Probabilmente nelle altre è stata più forte l’astensione da parte dei militanti” osserva Pregliasco di Youtrend.
Il Movimento sembra pagare la svolta governista e la difficile alleanza con il PD che ha allontanato molti militanti della prima ora. È però singolare lo studio dell'Istituto Cattaneo, effettuato su cinque città delle Regione (Ferrara, Rimini, Forlì, Ravenna, Parma) che mostra come molti dei voti del Movimento siano andati verso Bonaccini.
Un fenomeno dovuto sicuramente alle caratteristiche dell’elettorato emiliano-romagnolo, ma non solo. “Molta parte del voto che alle politiche o alle Europee si è riversata su Bonaccini, una sorta di ‘voto utile’ in chiave anti-leghista che ci ha portato verso una bipolarizzazione del sistema: i due candidati principali hanno preso circa il 95% dei voti, un fatto rilevante al quale non eravamo più abituati. C’è di certo una vicinanza da parte degli M5S rimasti a quel mondo civico e progressista più vicino al centrosinistra. I voti che dovevano andare a destra, in realtà, sono già andati a destra, basta guardare i dati delle Europee 2019” osserva Lorenzo Pregliasco.
Come si può intuire dal grafico sotto, l’unica vera novità è costituita dal crollo dell’M5S. La Lega perde 1.7 punti percentuali rispetto alle Europee, troppo poco per parlare di “crisi”, il Centrosinistra avanza sensibilmente ma il confronto con le Europee non appare molto attendibile.
I risultati elettorali delle Europee mostrati nella mappa non tengono conto delle peculiarità delle elezioni per Bruxelles che vedono schieramenti assai più eterogenei rispetto a quelli che si fronteggiano nel corso delle Regionali o delle Politiche (la Lega fa parte del gruppo sovranista, mentre molti partiti a sinistra del PD fanno parte della Sinistra Unitaria). E se sono le liste civiche e l’associazionismo ad aver contribuito al successo di Bonaccini, anche i voti raccolti a sinistra del PD sono stati importanti. La lista Emilia Romagna Coraggiosa ha raccolto il 3.8% in Regione che unito al 2.0% di Europa Verde, hanno fatto di lievitare di quasi 6 punti i consensi di Bonaccini.
Con l’aggiunta di gruppi che rimangono tuttavia minoritari (Partito Comunista di Rizzo, La Sinistra, Potere al Popolo) la sinistra in Regione sfiora tuttavia il 7% una percentuale inferiore a quella raccolta da Fratelli d’Italia. Piuttosto poco per quelle che un tempo era considerata la “Regione Rossa d’Italia”.
Fratelli d’Italia invece è uno dei partiti che avanza costantemente dalle elezioni del 2014, così come Forza Italia è uno di quelli che arrancano maggiormente. Il Pd torna ad essere, dopo due tornate elettorali, il primo partito della Regione, ma è ancora tallonato da una Lega che, rispetto alle Regionali del 2014 ha visto incrementare i suoi consensi di ben 13 punti percentuali. In calo costante dal 2018, come accennato precedentemente, il Movimento Cinque Stelle.
Se c’è una provincia dove la destra ha trionfato massicciamente è stata (oltre a quella di Piacenza), quella di Ferrara. Nel ferrarese la destra prevale pressoché in tutti i comuni con consensi che in alcuni comuni del delta del Po’ sfiora addirittura il 70%.
Un dato sorprendente se lo si paragona con quello delle Regionali del 2014 o all’andamento storico delle elezioni Regionali nella provincia che vede storicamente dominare la sinistra e il centrosinistra.
Un’ascesa che non sembra essere frenata nemmeno dalla diaspora dei voti dell’M5S, finiti prevalentemente verso Bonaccini, come si intuisce facilmente dal grafico sotto.
L’evidenza è che il centrodestra italiano sia molto cambiato negli anni e che la destra sovranista salviniana è ormai il primo partito in una delle province simbolo del movimento operaio e della sinistra italiana. Del resto Ferrara è la città dove si è insediato, in Emilia Romagna, il primo sindaco leghista.
Con una Lega quasi al 42%, la provincia di Ferrara è uno dei primi laboratorio dell’ascesa leghista su scala regionale e nazionale. Capire le dinamiche di questa “virata” lavorando sul territorio e sui tessuti sociali potrebbe anche essere il primo compito di una sinistra che provi a riscoprirsi autenticamente “popolare”.