Nei campi come in trincea «Avanti così, tra un anno è finita»
Le voci dei coltivatori: «Flagellati anche da clima e alternaria» Frutteti espiantati e danni. «I prezzi non ci fanno fare reddito»
LE TESTIMONIANZE
Cimice asiatica, ma non solo. L’emergenza dell’insetto devastatore che ha mobilitato il reparto agricolo è il più grave ma non l’ultimo dei flagelli subìti dal settore primario. Lo ribadiscono le testimonianze raccolte tra gli agricoltori confluiti ieri a migliaia all’ex Mof per la mobilitazione di Agrinsieme. «Eravamo un’isola felice, poi è arrivata l’alternaria e la cimice asiatica ci sta dando il colpo di grazia», commenta Giorgio Borghi, che a Valsamoggia (Bologna), coltiva frutta e seminativi.
«I prezzi non fanno mercato - interviene Marietto Leveraro, che a Fossadalbero ha coltivazioni di frutticole, orticole ed estensive - e le entrate non seguono le uscite. Tra alternaria e cimice abbiamo perso dal 30 al 50% della produzione, e meno male che non c’è stata la grandine. Solo che per quest’ultima almeno siamo assicurati, mentre per la cimice asiatica non ci sono né assicurazioni e né indennizzi. Di questo passo tra uno o due anni si chiude». In corteo c’è anche Lorenzo Boldrini, ex presidente Cia, che nella sua azienda di Pescara ha scelto l’agricoltura bio, «la prima a essere aggredita dalla cimice asiatica».
Rina Paparella viene da Voghiera. Nella sua azienda e in quella del figlio Stefano Poltronieri si coltivano mele, pere, seminativi e naturalmente aglio. «Abbiamo perso almeno il 40% - calcola - Si fanno tanti bei discorsi sulla necessità che i giovani tornino ad occuparsi di agricoltura, ma se non hanno l’aiuto dei genitori non ce la fanno. Mio nipote, che ha quasi 18 anni, vorrebbe seguire la stessa strada, ma è troppo dura. Troppe spese, troppa burocrazia. Se prendessi anche due euro per ogni ora di lavoro, sarei una signora».
«Non abbiamo orari, facciamo tanti sacrifici», conferma Lidia Martini: «Sono vedova e ho un figlio. Porto avanti una piccola azienda a Bando di Argenta, ma è sempre più difficile non arrendersi».
Sempre a Bando, in via Arno, ha la sua azienda Ada Rossi: «Il nostro lavoro non è valorizzato. Basti pensare che il grano viene 16 euro al quintale, e poi il pane lavorato lo mettono a 10 euro al chilo. Per non parlare delle navi che arrivano piene di grano proveniente da chissà dove. Se siamo qui oggi a chiedere sostegno non lo facciamo solo per noi, ma per la società, per il nostro futuro e le nostre tradizioni. Non bisogna far morire l’agricoltura, siamo i primi ad accorgerci dei cambiamenti climatici, siamo noi le sentinelle dell’ambiente. Noi donne, poi, lavoriamo dentro e fuori, accudiamo gli anziani e portiamo avanti valori della solidarietà che non devono disperdersi. Per questo siamo qui oggi. E chiediamo scusa ai ferraresi se abbiamo creato qualche disagio». —
A.M.
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