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Cinque anni per ridurre le distanze

LUCA TRAINI
Cinque anni per ridurre le distanze

Il fondo domenicale del direttore Luca Traini sul divario da colmare tra Ferrara e l'Emilia

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FERRARA. La via Emilia dista da qui un rovescio di voti. Che il divario socioeconomico e sulla qualità dei servizi pubblici precorre e inquadra. L’area che ha assicurato la conferma di Stefano Bonaccini alla presidenza regionale tira, il Ferrarese sferraglia e ritarda, va a strappi. È il vecchio treno fermo sul binario per Bondeno o per Codigoro, mentre parte il Rock o il Pop di Bologna con le sue luci di bordo che si regolano automaticamente, una temperatura adeguata, lo spazio bici comodo, rete wi-fi, prese elettriche e nursery in bagno. La metafora non è di fantasia. Nella stazione di Ferrara sono uno accanto all’altro, il regionale confortevole delle città e il convoglio sgangherato per chi viene e va dai paesi, ma i binari subito divergono. Dettaglio di non poco conto: gli uni e gli altri pagano lo stesso biglietto.

Le cifre del divario sono inclementi. Il tasso di disoccupazione ferrarese è una volta e mezzo quello regionale (9,1 contro 5,9%) ed anche chi un impiego ce l’ha, nel confronto trova motivi di risentimento: qui la retribuzione media è di 13,80 euro lordi all’ora, nel resto del territorio supera i 15. Siamo una provincia povera e anziana; la più anziana, perché le nascite sono ridotte al lumicino e i giovani se ne vanno, non perché si invecchi bene e si viva più a lungo. Il contrario. I dati Istat più aggiornati (2018) sulle serie storiche assegnano ai bebè ferraresi un’aspettativa di vita di 82,4 anni, un anno in meno rispetto alla media regionale. Effetto delle diverse condizioni socioeconomiche e ambientali, degli stili di vita, delle risposte della medicina preventiva e terapeutica.
La sanità, principale campo d’intervento dell’ente Regione, offre un ulteriore spunto.
 

La struttura e i servizi emiliani sono validi; quelli ferraresi risultano poco attrattivi, probabilmente insufficienti. Lo confermano i conti della mobilità sanitaria. Il saldo tra la spesa sostenuta dal sistema pubblico per gli emiliani e i romagnoli che scelgono di farsi curare fuori e le entrate garantite dai servizi erogati a chi qui arriva dal resto d’Italia, a livello regionale è ampiamente positivo, vale trecento milioni di euro. Ma sul piano provinciale, Ferrara è in controtendenza: costretta a cercare in Veneto ciò che evidentemente non trova in casa, chiude i conti con oltre trenta milioni di euro di rosso l’anno. Un territorio fragile.

L’Emilia a bassa velocità, l’Emilia della Bassa e della Montagna, ha affidato alle urne una decisa richiesta di cambiamento. Univoca nel Ferrarese, sola provincia in cui Lucia Borgonzoni è arrivata davanti in tutti i comuni, con distacchi corrispondenti al grado di “perifericità” dei territori, dal niente del capoluogo ai clamorosi 58 punti di scarto di Goro dove è finita 77,38 a 19,55 per la sfidante.

Lo scarto è netto, a tratti abissale. Bonaccini non lo nasconde, anzi punta ad affrontarlo con vigore e senza perdere tempo. La chiave sarà necessariamente ridurre le diseguaglianze. Non è un caso che tra i primi incontri ufficiali dopo la rielezione abbia scelto di venire proprio a Ferrara, tra i quattromila agricoltori scesi in piazza giovedì per reclamare aiuti contro il flagello cimice asiatica e la contrazione dei mercati, a cui ha assicurato un’attenzione straordinaria e misure concrete. Un impegno capitale per una provincia agricola com’è la nostra. Essenziale quanto il dimezzamento dell’Irap per commercianti, artigiani, lavoratori autonomi e liberi professionisti già in vigore nelle aree montane, che da marzo sarà esteso al Basso Ferrarese, manovra da dodici milioni per dare ossigeno al tessuto economico sfinito di Tresignana, Riva del Po, Codigoro, Mesola e Goro. Sono punti di partenza di un percorso che dovrà essere costante nei cinque anni: sostegno all’economia e rafforzamento dei servizi, a partire dalla sanità.

Riavvicinare Ferrara alla via Emilia è un auspicio condiviso.
Buona domenica. —

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