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Emergenza coronavirus a Ferrara
la testimonianza

A Tenerife da un mese ora il volo è cancellato. «Limitazioni giuste ma vogliamo tornare»

Alessandra Mura
Renata Talassi
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Renata Talassi

RenataTalassi, già senatrice ferrarese, ricorda il coprifuoco in tempo di guerra:  «Rinunciare alla scuola fu dura, i giochi interrotti dall’allarme aereo» 

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FERRARA. Aveva lasciato un’Italia dove ancora ci si poteva stringere la mano, da lontano l’ha vista precipitare giorno dopo giorno nell’assedio del coronavirus, e oggi - alla luce delle drastiche ma doverose misure per il contenimento del contagio - teme di non riuscire a tornare a casa.

Volo cancellato

Renata Talassi, ferrarese, già parlamentare per più legislature, era partita per Tenerife il 2 febbraio scorso e ieri, raggiunta al telefono, era in trepida attese di notizie dall’aeroporto: «Il nostro volo che era in programma giovedì è stato cancellato - spiega - Qui ci sono anche altri italiani, tutti nelle nostre condizioni. I voli sono stati annullati e non sappiamo ancora se e quando avremo la possibilità di rientrare e rivedere i nostri cari». Al suo ritorno troverà una situazione molto diversa rispetto a poco più di un mese fa: spostamenti limitati al minimo indispensabile, scuole e università chiuse, niente luoghi di aggregazione, aperture limitate per bar e ristoranti. Lei però, di restrizioni e coprifuoco ne sa qualcosa.

Era una bambina in tempo di guerra, quando non uscire significava chiudersi in un rifugio e sperare di scampare ai bombardamenti. «Penso che i provvedimenti adottati per limitare l’epidemia siano giusti - premette - Sono situazioni che, pur con molte distinzioni e differenze, ho vissuto da piccola, durante la guerra. Facevo la prima elementare; a Casaglia, dove abitavo, non c’era la scuola e allora andavo a Porotto. Mi piaceva, la scuola, e quando le chiusero per me fu una delusione».

Niente però al confronto del trauma dei bombardamenti: «A Porotto, sotto le bombe, morì una mia compagna di classe. Si chiamava Magda Bovi, morì sotto le bombe mentre era in un rifugio con la sua famiglia, compresa una neonata che non fu mai più ritrovata. In tutto questo tempo non l’ho mai dimenticata». Le privazioni e le limitazioni erano pesanti, ma i bambini trovavano comunque il modo di divertirsi, con semplicità: «Abitavamo in campagna, appena c’era un po’ di pace andavamo in cortile a giocare, a correre, finché non sentivamo la sirena dell’allarme. Allora dovevamo interrompere tutto e scappare a metterci al riparo».

Nel frutteto vicino, prosegue «era stato scavato un rifugio, e noi bambini avevamo imparato a convivere con l’allarme, anche se io non ho mai pensato che saremmo morti. A pesarmi era soprattutto non poter andare a scuola, per me è stata davvero una rinuncia».

Olio e cipolla

Oggi, in tempi di coronavirus, il governo si è affrettato a rassicurare gli italiani sulla possibilità di fare la spesa: «Si potrà sempre uscire per acquistare generi alimentari e non c’è nessuna necessità di accaparrarseli ora perché saranno sempre disponibili», ha sottolineato Palazzo Chigi. Allora non era così, il cibo era razionato, e «c’era la tessera annonaria per andare a prendere da mangiare. Ti davano il pane, e altri generi di prima necessità, e dovevi farteli bastare per sette o dieci giorni. Ogni volta ti mettevano un bollino sulla tessera, e quando l’avevi riempita tutta non potevi prendere più nulla». Ci si arrangiava in tutti i modi: «Non si trovava più l’olio. Mio papà era un fabbro, e aveva costruito una macchina che produrre olio dai semi di girasole. Ricordo che intingevo una cipolla in quell’olio, e quello era il mio pranzo».—

Alessandra Mura

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