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«Mio figlio è debole di salute ma deve lavorare lo stesso»

A.M.
«Mio figlio è debole di salute ma deve lavorare lo stesso»

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Tra tutte le norme di protezione contro il coronavirus che, decreto dopo decreto, stanno definendo in modo sempre più stringente il perimetro legislativo per la gestione dell’emergenza, una mamma non ha trovato quello che sperava per tutelare suo figlio.

«Ha 27 anni, lavora in una struttura protetta, e fin da piccolo ha avuto problemi ai polmoni, con un focolaio - spiega - Ora soffre di una leggera asma e ha frequenti bronchiti, ma non può far altro che continuare ad andare a lavorare; giorno dopo giorno sono sempre più spaventata perché il tipo di attività che svolge lo espone in modo particolare al contagio. Mancano le mascherine, non ci sono abbastanza dispositivi di protezione e abbiamo paura».

Il medico di famiglia, a cui si sono rivolti per poter certificare i problemi di salute del giovane «ci ha spiegato che non esistono direttive tali da potergli permettere di certificare che può assentarsi dal lavoro per il rischio di contagio a causa dei suoi problemi di salute. Il medico non ha alcuna responsabilità, deve seguire le regole. Ma questo allora significa, secondo me, che nella legge c’è un vuoto».

Spiega Bruno Di Lascio, presidente dell’Ordine dei Medici di Ferrara: «La norma dice che non esistono malattie che implicano il rischio di contrarre il coronavirus, così da potersi assentare dal lavoro. Solo nel caso il lavoratore abbia ricevuto dal Dipartimento di Sanità Pubblica il provvedimento di isolamento, il medico può redigere un certificato con codice V29 per quarantena. In tutti gli altri casi si procede normalmente, come per ogni patologia non collegata al coronavirus, ma il solo timore di essere esposti al contagio non consente di ricorrere al certificato medico per stare a casa. E se un dipendente è stato riconosciuto idoneo dal medico aziendale a svolgere una certa mansione, questo stato non viene modificato dalla situazione di emergenza attuale».

L’assenza, al contrario, dovrà essere concordata direttamente con l’azienda tramite ferie o permessi: «Ancora non ci siamo rivolti alla struttura - continua la donna - ma sarà il prossimo passo. I problemi di salute di mio figlio sono reali, la sua maggiore vulnerabilità al rischio è reale. È la norma che secondo me non ha tenuto conto di casi come il nostro, non assicurando le giuste tutele». —

A.M.

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