«Niente smart work in Comune? Era tutto pronto»
L’ex dirigente dei Sistemi informatici, Fabio De Luigi, interviene sul lavoro a distanza dopo che il sindaco aveva parlato di tecnologia obsoleta
L’intervista
Lo smart work è il grande sconosciuto di Palazzo Municipale, anche in piena emergenza coronavirus. Il sindaco Alan Fabbri ha parlato di «situazione tecnologica obsoleta ereditata dalla precedente amministrazione», firmando poi un accordo per il lavoro semplificato. Fabio De Luigi, per molti anni responsabile sistemi Informativi trasferitosi in Regione proprio la primavera scorsa, dice la sua in merito.
Circa due anni fa era stata svolta un’esperienza di telelavoro che lei aveva seguito in prima persona; ora si parla di molto smart work per i dipendenti comunali. Ha seguito la discussione che si è sviluppata in questi giorni su queste tematiche?
«L’ho seguita e ne sono rimasto francamente sorpreso. Anche se è vero che normativamente telelavoro e smart work sono cose diverse, poi nella sostanza sono attività molto simili. All’epoca affrontammo tutte le problematiche organizzative e tecnologiche di un telelavoro in versione molto “smart” e fu un’esperienza di successo, tanto che per alcuni lavoratori poi l’attività è proseguita credo fino alla fine dell’anno scorso».
Quali furono le principali difficoltà affrontate all’epoca?
«La cosa più difficile, e anche più interessante, fu il fatto di dover affrontare il tema per singolo lavoratore e non ad esempio per ufficio o addirittura per servizio. Per ogni persona si fece una valutazione delle attività quotidiane che svolgeva, di quali tecnologie usava e di quale dotazione informatica personale disponeva; in questo ultimo aspetto quello che impostammo allora era un telelavoro anomalo, molto simile allo smart work straordinario che stiamo facendo in tanti in questi giorni».
Quindi dentro lo stesso ufficio poteva capitare che lavoratori diversi potevano lavorare da casa o meno a seconda delle mansioni?
«Esatto, e questo dipendeva anche dall’infrastruttura tecnologica che all’epoca avevamo a disposizione».
Sulle tecnologie l’attuale giunta ha espresso alcune critiche ritenendole inadatte per queste funzioni. Lei cosa può dire al riguardo?
«All’epoca fummo molto sodisfatti dell’uso di Google Apps, che consentiva di svolgere da casa tutta la parte di lavoro in cui non si usavano i programmi sui server del Comune; tra l’altro è la stessa piattaforma Google che oggi in emergenza usano la maggior parte di scuole e le università. Per le altre attività, anche a seguito delle prime esperienze di telelavoro, acquistammo e testammo una specifica tecnologia che consente di “accedere da casa” a tutti i programmi che stanno sui server del Comune. Non potenziammo corrispondentemente l’hardware dei server (d’altra parte allora non ce ne era bisogno), ma tutto era pronto. Poi alcuni programmi erano già accessibili via internet e per questi non c’erano (e non ci dovrebbero essere ora) problemi».
Da un punto di vista regionale quale è la situazione su queste pratiche?
«Non mi occupo personalmente di questa attività, ma già un anno fa la Regione aveva attivato un progetto che coinvolgeva qualche centinaia di dipendenti e sta per proporre a tutti i Comuni, tramite Lepida, un “kit” per poter attivare lo “smart work” facendo tesoro dell’esperienza regionale. E credo che dopo i fatti di questi giorni questa proposta potrà avere molto successo; va però sempre tenuto presente che l’aspetto organizzativo interno è il motore vero di questi interventi, le tecnologie, ovviamente necessarie, seguono». —
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