«Io, guarito dal coronavirus, ma ho temuto di non farcela»
La testimonianza del centese Eugenio Girometti. Il 25 febbraio i primi sintomi, poi il ricovero: «Dieci giorni da solo con le tue paure, adesso sto meglio e spero di tornare presto a casa»
CENTO. «È grazie alla professionalità degli operatori sanitari, alla forza e alla vicinanza che mi hanno trasmesso a distanza i miei familiari, gli amici e i tanti colleghi, che ho lottato contro il Covid-19. Perché dal Coronavirus si può guarire».
È un messaggio di forza e di speranza, quello che vuole lanciare Eugenio Girometti dall’ospedale del Delta di Lagosanto, dove è stato trasferito martedì, dopo 10 giorni e più di isolamento assoluto al Sant’Anna di Cona.
Centese, 55 anni, vigile del fuoco a Bologna, è la storia di uno dei tanti contagiati dal Covid-19 in provincia di Ferrara. Eugenio Girometti è una delle persone positive che provengono da Cento, dove vive con la moglie dal 2003. È la testimonianza di chi vuole raccontare cosa vuole dire ammalarsi di Coronavirus, un’esperienza che non potrà dimenticare per il resto della vita. Prima la febbre, poi il trasferimento a Cona in ambulanza. È iniziata così il 25 febbraio l’odissea del vigile del fuoco. Per qualcuno, un vero e proprio calvario, per Eugenio un lungo e oscuro tunnel, percorso fino in fondo, e di cui solo oggi vede la luce.
Cosa ti ha fatto sospettare di essere stato contagiato?
«Tutto è iniziato il 25 febbraio. Avevo la febbre alta. Il giorno successivo ho chiamato il mio medico di base, che mi ha rassicurato dicendomi che poteva essere una ordinaria influenza. Ho continuato ad avere la febbre alta per 10 giorni, nessun altro sintomo, se non che durante la respirazione sentivo un dolore nel costato, un dolore leggero, ma ben percepibile. Così venerdì 6 marzo, la decisione del medico di telefonare all’Igiene Pubblica di Ferrara. Dopo qualche ora, sono venuti a prelevarmi con un’ambulanza. Gli operatori, bardati di tutto punto, mi hanno trasportato a Cona e accudito con grande gentilezza».
Poi cosa è successo?
«Dalla Tc è emerso che avevo la polmonite. Da qui, il ricovero nel reparto infettivi, e il tampone, che è risultato positivo. Poi il 10 marzo, il trasferimento a pneumologia dove sono rimasto 10 giorni. I livelli di ossigeno nel sangue erano bassi, per cui avevo una cannula a supporto dalla respirazione».
Come stavi? Cosa pensavi in quei momenti?
«C’è l’isolamento. Entri in una stanza e non esci più. Sono stato per tanti giorni, completamente solo. E quando si è soli, si sa, la testa va. C’è la speranza, certo, ma in certi momento prevale la preoccupazione, il timore di non farcela. Per alcune persone, vicino a me, una vera sofferenza. Straziante, andare in debito respiratorio, e iperventilare per la fame d’aria. Prima che le cure di antivirali inizino a manifestare i primi effetti, passano tre quattro giorni. A me forse, ha aiutato il fatto di un fisico forte. Ho sempre fatto movimento, non ho mai fumato… ho sempre prestato grande attenzione alla mia salute».
Come hanno reagito la tua famiglia, le persone che conosci?
«Dal 6 marzo mia moglie, è in quarantena a casa. Il rapporto è stato solo telefonico, come con gli amici e colleghi, attraverso i social. Questo è uno dei lati positivi dei social. Da tantissime persone, una grande attestazione di vicinanza. Questo affetto, è stato fondamentale».
E i primi passi verso la guarigione?
«Solo con il rientro dei paramenti nella normalità, martedì 17 marzo sono stato trasferito al Delta. Grazie anche alla terapia antivirale efficace, oggi sono sulla buona strada… ma ci sono ancora tracce della malattia nei polmoni, pur in fase regressiva. Spero, tra qualche giorno, di poter tornare a casa».
Dopo questa esperienza, qual è il messaggio?
«Ringrazio tutti i medici, gli infermieri, che stanno lottando i pazienti. Gli operatori sanitari di Cona sono stati davvero molto bravi: grande professionalità e umanità. E in particolare un infermiere, Maurizio, è stato per me speciale. E un messaggio a tutti: rispettate le regole, ne va della vita». —
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