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Chiudi Italia, già cento richieste di deroga Confindustria: un mese fermi è disastroso

S.C.
Chiudi Italia, già cento richieste di deroga Confindustria: un mese fermi è disastroso

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«Metà delle imprese ferraresi aperte? Magari». In Camera di commercio è questo il commento che si coglieva ieri di fronte alla divisione operata dal Chiudi Italia, di qua le aziende considerate indispensabili e quindi autorizzate a restare aperte anche da oggi fino al 3 aprile, e tutte le altre destinate a chiudere a meno di richieste di deroga al prefetto di Ferrara. È vero che nelle categorie Ateco preservate dal governo sono incasellate 19.792 aziende ferraresi, pari al 51,5% del totale, con il 54,8% dei dipendenti complessivi, ma in realtà intere filiere sono ferme da giorni per mancanza di sbocchi di mercato (è il caso della pesca), mentre aziende che potrebbero continuare ad operare, come l’Essiccatoi Fava, stanno predisponendosi alla chiusura. Crescono da una parte le richieste di deroga al prefetto, che hanno abbondantemente superato il centinaio, e le preoccupazioni degli industriali per un fermo superiore a due-tre settimane.

dubbi e speranze

Passo decisivo per spazzare via almeno i dubbi di molte imprese su fatto di essere o no inseriti nei codici Ateco delle imprese autorizzate a proseguire l’attività: la Camera di commercio ha infatti attivato un servizio gratuito attraverso il portale registroimprese.it per identificare il codice primario e secondario, e definire quindi la propria collocazione rispetto al decreto. «Una fonte istituzionale garantita dalla legge, qual è il Registro imprese, si arricchisce di un nuovo servizio per accompagnare in questi momenti così drammatici le imprese, che faranno fatica a sopravvivere alle prossime settimane - ha commentato il presidente camerale Paolo Govoni - Le autorità europee e nazionali devono lavorare assieme per elaborare un piano che stabilizzi la situazione economica e assicura un’adeguata liquidità al sistema».

E di problemi di liquidità parla anche Gian Luigi Zaina (Confindustria), «le grandi imprese paghino il più possibile i loro fornitori, le banche devono aiutare tutti. Non nascondiamo la nostra grande preoccupazione: una decina di giorni passano in fretta ma un fermo totale per più tempo, diciamo un mese, costringerebbe molte imprese inserite in sistemi a filiera a non aprire più. Per questo il nostro principale impegno è di preparare fin da oggi la ripresa dell’attività, anche parziale, anche al 20%».

Ci sono aziende autorizzate a restare aperte che chiudono, e altre destinate alla fermata che invece combattono per proseguire l’attività. È il caso della Fira di Dosso, che produce radiatori per macchine movimento terra con una settantina di dipendenti e che ha presentato domanda di deroga al prefetto. Lo sciopero proclamato dai sindacati per il mancato fermo non ha cambiato le cose e nelle prossime ore si dovranno concordare le condizioni di proseguimento dell’attività. Dal settore metalmeccanico arriva la notizia di un’altra richiesta di deroga, da Ostellato.

mail rovente

Già nel primo giorno e mezzo di attivazione della mail dedicata, protocollo.preffe@pec.interno.it, le richieste di deroga per tutti i comparti hanno abbondantemente superato quota cento. Si tratta di una frazione del migliaio di certificazioni inoltrate dai soli aderenti a Confindustria Emilia nel triangolo Bologna, Modena e Ferrara. Tutte le domande dovranno essere vagliate dal prefetto Michele Campanaro e dal viceprefetto, e a questo ritmo si calcola ci vorrà parecchio tempo: nel frattempo le aziende restano aperte. I sindacati continuano a offrire la loro “consulenza”, «un’azienda di plastica che non è coinvolta nella filiera del biomedicale non deve per forza restare aperta» è l’esempio che fa Bruna Barberis (Cisl). Confronto in arrivo. —

S.C.

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