Le sfide di Unife in tempi di epidemia Il Rettore: a medicina tirocini da rivedere
Tamponi al personale sanitario: «Doverosi per la tutela di tutti» Il contagio si contiene «con la quarantena centralizzata, non a casa»
l’intervista
L’emergenza coronavirus impone alle nuovissime leve del sistema sanitario di crescere in fretta. Neolaureati e specializzandi reclutati in corsia per dare aiuto ai colleghi sempre più in comprensibile affanno. Anche ieri, a Unife, altri 55 giovani camici bianchi hanno concluso il loro percorso universitario grazie alle sessioni a distanza, anche se per l’abilitazione dovranno completare il tirocinio pratico-valutativo - che non comincerà prima del 22 giugno - senza dover più sostenere l’Esame di Stato, come stabilito dal decreto Cura Italia. Il professor Giorgio Zauli, Rettore dell’Università di Ferrara, segue con attenzione giorno dopo giorno, decreto dopo decreto, l’evolversi della situazione che coinvolge in primo piano anche gli Atenei.
Il decreto del 17 marzo ha introdotto la laurea auto-abilitante: non servirà più l’Esame di Stato ma un tirocinio pratico-valutativo. Come giudica questa novità?
«C’è un problema di praticità. Al momento i tirocini sono sospesi perché i ragazzi sarebbero esposti a troppi rischi: ricordiamo che il 10% dei casi acclarati di coronavirus appartiene al personale sanitario. A questo si aggiunge un altro problema, perché già in tempi normali organizzare i tirocini per centinaia di medici neolaureati all’anno è a dir poco difficile e in questo le università sono state lasciate sole. Ancora di più in uno stato di emergenza come quello attuale, con i nostri clinici che lavorano come soldati in trincea e non hanno tempo per l’attività di tutor: la situazione in questa fase è semplicemente ingestibile. Ma anche nella normalità i tirocini vanno ripensati».
In che modo?
«Ad esempio tramite la piattaforma di e-learning Moodle. Ho chiesto alla professoressa Tiziana Bellini, presidente della Facoltà di Medicina, di caldeggiare questa proposta alla Conferenza dei presidenti dei corsi di laurea in Medicina. Un’alternativa che andrebbe confermata anche al termine dell’emergenza, e spero che Conferenza e Ministero ne prendano atto. E se è vero che i nostri studenti, rispetto ai colleghi europei, hanno una maggiore preparazione teorica rispetto a quella pratica, allora si può pensare di compattare il corso di laurea in Medicina in cinque anni e dedicare il sesto ai tirocini sul campo».
Come valuta il reclutamento di specializzandi, infermieri e neolaureati in corsia in questa fase di emergenza?
«La possibilità per giovani medici di attingere al lavoro è un fatto positivo, ma in un momento più tranquillo. Dal punto di vista teorico è un’ottima proposta, lo è molto meno sul piano pratico, soprattutto per i medici neolaureati, molto meno professionalizzati degli infermieri, e che dovrebbero rimanere prudentemente in seconda linea, svolgendo le attività routinarie per sgravare da questi compiti i medici più esperti».
A proposito di rischi in corsia: da più parti si chiedono i tamponi per il personale sanitario.
«Richiesta sacrosanta: medici, infermieri e Oss sono sempre al fronte, con un alto tributo di vittime e di contagiati. Serve a tutela del personale, serve a tutela dei pazienti se pensiamo che un’alta quota di contagiati è asintomatica e può trasmettere inconsapevolmente il virus».
In queste settimane la sanità si sta avvalendo del contributo di tanti precari assunti a tempo determinato: quale sarà il loro futuro?
«Al momento sono reclutati per pochi mesi, poi dipenderà dal destino del Paese, che è tutto in evoluzione».
Come valuta la gestione dell’emergenza?
«Premesso che questa situazione ha preso tutti di sprovvista, forse la regionalizzazione della sanità ha ostacolato il coordinamento centrale, che sarebbe maggiormente auspicabile. Ma il punto secondo me è la quarantena centralizzata che è stata fondamentale in Cina, Corea, Singapore o Giappone per spezzare l’epidemia. La quarantena domiciliare, per sospetti o contagiati è un rischio per gli altri familiari, tanto più in presenza di asintomatici. Tutto l’Occidente, da questo punto di vista, ne esce male. Meglio prevedere strutture centralizzate dedicate alle persone in quarantena, rendendo anche più agevole e pratica l’assistenza».
In questo momento di “fame” di medici, la sua proposta di modifica delle modalità di accesso a Medicina appare un apripista.
«Mi dispiace veramente avere ragione in una situazione simile, ma confermo che il vecchio metodo impedisce a tanti ragazzi con questa vocazione di studiare Medicina. Bisogna superare criteri ragionieristici e dare ascolto a questa passione». —
Alessandra Mura
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