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Il nostro ricercatore che fugge da Oxford «Ho avuto paura Adesso sono a casa»

Alberto Ravani ha preferito rientrare in città dalla sua famiglia «Meglio raccontare l’insicurezza e la fragilità di questi momenti» 

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la storia/1

«Qualche giorno fa sono tornato a casa da Oxford, dove faccio ricerca. Ho pensato a lungo se fosse giusto intraprendere il viaggio di ritorno, ma, se c’è qualcosa che ho imparato è che nulla è mai scontato e certo durante una pandemia globale». Il ferrarese Alberto Ravani si è trasferito qualche tempo fa e adesso anche lui deve fare i conti con qualcosa di così grande che è anche difficile da raccontare.

in una bolla di sapone

«Dall’inizio del mese si vive sospesi. Attorno a te tutto procede normalmente, mentre “a casa” amici e famiglia vivono qualcosa di inimmaginato che da qui neanche si riesce a capire: l’Italia è bloccata. Col passare del tempo i casi di Covid-19 aumentano anche nel Regno Unito e il pericolo è sempre più reale. Il 16 e il 17 marzo ecco i primi casi in città: è qui, e ti aspetti che nel giro di qualche giorno si chiuderanno i battenti in attesa di tempi migliori», dice Ravani.

Nonostante tutto, però, la vita continua come sempre: business as usual. «Le autorità ripetono la storia del “poco più che un’influenza”; i britannici, poi, ricordano ancora troppo bene l’influenza suina che, una decina di anni fa, si era veramente rivelata poco peggiore di un’influenza stagionale. Attorno a me, gli unici veramente allarmati sono solo gli italiani o i cinesi: sono consapevoli che una profonda quanto pilatesca lavata di mani non basterà a sciacquare via il rischio del contagio. Io, intanto, sto a casa il più possibile e da lì porto avanti il mio lavoro».

i giorni passano

Arriva martedì 17 marzo. «Ci viene improvvisamente comunicato che le biblioteche, così come la mensa e altri luoghi comuni, chiuderanno quel pomeriggio alle 5 fino a data da destinarsi; il giorno precedente, infatti, il primo ministro aveva annunciato il dietrofront rispetto alla famigerata immunità di gregge. Ecco, anche qui tutto è cambiato ufficialmente: l’università ci conferma il suo pieno supporto qualora dovessimo stare male o ritrovarci in isolamento; comunica anche che, in quanto non britannici, siamo liberi di tornare a casa nostra, se preferiamo ed è sicuro farlo. La priorità è la nostra salute fisica e mentale».

i dubbi

«L’istinto mi dice di tornare, ma se il viaggio fosse troppo rischioso? Se mettessi a rischio la mia famiglia? Poi la domanda: se tornassi, che differenza ci sarebbe fra me e quelli che affollavano Milano Centrale, già additati a untori e irresponsabili su tutte le testate nazionali? Forse che non mi trovo nel mio paese, forse che, condividendo molti spazi comuni con gente che conosco poco, è difficile sentirmi al sicuro. D’altra parte, se fossi rimasto, avrei avuto il sostegno dell’università che, però, non poteva di certo sostituirsi a un sistema sanitario che non fa tamponi a chi ha sintomi e incoraggia a contattare un call center solo quando si sta veramente male. Avevo la paura concreta che tutto potesse collassare e che, quando fra qualche settimana sarebbe arrivato il picco, io, l’europeo, il nuovo straniero, ci sarei potuto cadere in mezzo».

la decisione

È difficile avere la mente lucida in quei momenti, e nessuna risposta appare sensata. «Ho capito che non mi sentivo veramente al sicuro: non stavo seguendo il consiglio che mi era stato dato. Ho deciso quindi di andare dove mi sarei sentito più al sicuro e così ho prenotato uno dei voli Alitalia da Heathrow, garantiti dalla Farnesina per i rimpatri. Poi, là, mi sono messo in isolamento.

la paura

L’ansia prima della partenza non era nulla rispetto a quella provata durante il viaggio: «Avvicinarsi a Londra, ormai zona rossa, continuando a sperare ossessivamente che le due mascherine chirurgiche e i guanti stretti che ero riuscito a rimediare, in una Oxford svuotata da presidi, potessero bastare per stare al sicuro. I passeggeri, in aeroporto e sull’aereo, avevano tutti la mascherina; il personale di terra, nulla, nonostante, già da due giorni, il paese fosse in blocco totale».

«Il volo era pieno di giovani: la metà avrà avuto meno di trenta cinque anni. Eccola, la mia generazione, quella cresciuta all’ombra della crisi del 2008: abbiamo lasciato l’Italia per cercare prospettive migliori e ora siamo in fuga da un virus sottovalutato in nome di un interesse economico a cui è permesso travalicare l’umano».

dalla famiglia

«Sono arrivato a casa e ora, finalmente, mi sento al sicuro. Rimango comunque in auto-isolamento fiduciario fino all’otto aprile; a tal proposito ringrazio il dipartimento di igiene pubblica dell’Usl per il supporto e per darmi quotidianamente quella sensazione di sicurezza che, da troppi giorni, mi mancava».

«Sarebbe stato più facile raccontare le cose diversamente: l’eroica fuga da paesi che fino tre settimane fa ci vantavamo di chiamare casa, ostacolata da voli cancellati, ambasciate irraggiungibili e governi che agiscono male e troppo tardi. Ma ho preferito raccontare il dubbio e l’insicurezza di questa esperienza: è quello che più mi ha segnato; è ciò che vorrei condividere sperando che il domani, in cui questo sarà ricordo, appaia più vicino». —

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