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“Resistenza” ferrarese al virus Sbuca la pista della tubercolosi

L’ipotesi di Contoli (Unife): potrebbe aver innescato una risposta nella popolazione a questo tipo di malattie Da valutare anche il fumo

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La suggestione della “quasi-immunità” dei ferraresi (ma bisognerebbe dire anche dei rodigini, dei goriziani o dei livornesi) al Covid-19 continua a tenere banco a livello mediatico ma anche nelle università. Ieri c’è stata una doppia intervista del sindaco Alan Fabbri e del commissario regionale Sergio Venturi, che a Radio Rai 1 hanno ribadito alcuni elementi oggettivi, mentre è emersa un’altra ipotesi di lavoro da Unife: il legame con la resistenza alla tubercolosi, malattia polmonare endemica fin al dopoguerra nelle nostre zone, che potrebbe aver selezionato soggetti oggi componenti di quel cluster (anziani maschi) mostratosi più resistente della media alle complicazioni portate dal virus. «Il modello potrebbe essere quello della malaria e della “risposta” genetica, la microcitemia, anch’essa molto diffusa nelle nostre popolazioni - è la riflessione del pneumologo e docente Marco Contoli - È un modello infettivo forse applicabile ad una patologia più cellulo-mediata come appunto la tubercolosi. Si dovrà comunque approfondire con studi specifici, come pure il contesto socio-economico e in generale il rapporto tra decessi e fumo di sigarette, che sembrerebbe addirittura inverso». Su questo aspetto ci sono contatti con le università di Padova e l’americana Harvard, ma Unife sta già mettendo in campo studi sul coronavirus.

Il sindaco, dal canto suo, ha replicato ai giornalisti Rai che gli chiedevano se erano stati fatti molti tamponi, «abbiamo seguito le linee guida della Regione ma già da mercoledì stiamo facendo anche i controlli sierologici. In Afm abbiamo trovato solo un positivo, a casa già da 15 giorni (si tratta di una farmacista comunque asintomatica, ndr) e in Amsef tutti negativi. Può rafforzare l’idea che il virus da noi circoli effettivamente meno». Fabbri ha poi messo in fila alcuni elementi emersi in questi giorni (lontananza dalla direttrice della via Emilia, chiusura precoce dell’università, buon lavoro del Veneto che non ha fatto “scendere” il focolaio di Vò)evidenziando comunque che si sta parlando della terza provincia più vecchia d’Italia, in teoria quindi più a rischio.

Dal canto suo Venturi continua a seguire la pista-malaria, «i farmaci sono gli stessi utilizzati oggi contro il coronavirus, quello di Ferrara e anche di Rovigo sono territori dove un tempo si distribuiva il chinino, un vecchio anti-malarico, perfino in tabaccheria e sono state consumate tonnellate di clorochina. Ci sarà comunque modo di approfondire e studiare». I primi risultati, vista l’attenzione molto elevata in tutto il mondo, potrebbero arrivare più velocemente del prevedibile. —

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